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Andrea Bonaceto, la realtà è quello che si vede?

By Sara Stefanovic
7 min read

Andrea Bonaceto nasce a Pisa, cresce a Viareggio e si trasferisce a Londra, dove vive da sette anni, per seguire un master in finanza. Il suo background economico, percepito come freddo, gli permette di chiedersi più volte quale sia la verità sul mondo e lo porta a intraprendere un percorso creativo di conoscenza della realtà e di sé. La vita dell’artista è caratterizzata proprio da questa dualità tra tecnologia, essendo partner fondatore di Eterna Capital (società di investimento che opera nel campo della blockchain) e arte, in quanto membro della Royal Academy of Arts e sperimentatore artistico.

Le sue opere sono ricche di colori e pongono un accento particolare sull’animo umano, sulla sua essenzialità. L’umano però, non è tutto. E così decise di contattare i creatori di un’entità al limite tra l’umano e il digitale, il robot Sophia. La collaborazione con Sophia ha portato alla creazione di opere d’arte digitali, ognuna delle quali collegata a un “token” unico e messe in vendita sul principale mercato d’arte NFT. Abbiamo deciso di incontrarlo per farci raccontare la sua storia.

Quando è nata la tua passione per l’arte?

Andrea Bonaceto: «Non c’è stato un momento, ho sempre sentito la necessità forte di esprimermi e vivere in maniera fluida. Questo poi ha portato a varie iniziative imprenditoriali, a suonare in giro per Londra e al disegno. Ho cominciato a disegnare in maniera compulsiva dopo aver letto un libro di Kandinsky, due anni fa. Avevo trent’anni, la stessa età che aveva l’artista quando cominciò a dipingere. Da quel momento, appunto, ho iniziato a dedicarmi in maniera sostenuta alla pittura, sperimentando con ogni tipo di materiale.

Andrea Bonaceto

Non l’ho mai visto come un lavoro, non l’ho mai fatto come un lavoro. Sono contrario alla società che identifica le persone nel lavoro, vorrei che si superasse questa tendenza. La produttività raggiunta grazie alla tecnologia ha fatto in modo che si creassero tantissimi capitali e credo che le persone per il solo fatto di esistere debbano avere una base economica che permetta loro di essere libere di esprimersi per come sono.

Viviamo in un mondo in cui sei il lavoro che fai, quando perdi il lavoro, perdi anche la tua identità.».

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In cosa consiste il tuo processo creativo?

Andrea Bonaceto: «Il mio processo di creazione sono io che divento me stesso. Sembra rivoluzionario, ma dovrebbe essere questa la normalità, è giusto che le persone spazino. I momenti in cui la società si è evoluta di più, come l’antica Grecia, ad esempio erano periodi fluidi. Oggigiorno vieni messo in un box che non ti permette di sviluppare le tue reali potenzialità.

Non voglio fare niente per lavoro, voglio solo essere me stesso».

Cosa vuoi esprimere attraverso i colori che usi?

Andrea Bonaceto: «Un’altra cosa è l’obiettivo, non ho mai avuto obiettivi, la mia prospettiva è quella di porre delle domande. Vorrei che le persone si ponessero delle domande senza necessariamente dar loro delle risposte. I colori che utilizzo sono frutto di una ricerca creativa che mi ha portato a regredire alla mia infanzia. Mi è capitato di rivedere dei disegni che facevo da piccolo e ho trovato molte caratteristiche comuni. Non l’ho fatto con un’intenzione specifica, ho abbassato la mia personalità verso la mia natura. Volevo cercare l’ingenuità della purezza dell’atto creativo in sé. Non mi sono posto il problema di come avrei potuto comunicare qualcosa con i colori… Non sempre ha senso quello che succede».

Andrea Bonaceto

Il tuo background economico/finanziario come si sposa con la tua passione?

Andrea Bonaceto: «È stato tutto un processo, non indolore, è stato difficoltoso. A un certo punto ho guardato a me stesso come se fossi Dr. Jekyll e Mr. Hyde. La cosa importante è che nel momento in cui ho deciso di aprirmi al mondo, il mondo si è aperto a sua volta nei miei confronti. Tantissime persone in quegli ambienti più freddi hanno apprezzato la mia espressione artistica, hanno capito e compreso… Anche se si trovano in una società falsa dove interagiscono seguendo degli automatismi. Ora, per me questa è un’opportunità per amplificare il messaggio e per essere me stesso».

Chi sono i soggetti delle tue opere?

Andrea Bonaceto: «Io non faccio solo ritratti, anche opere che ritraggono paesaggi più astratti. Cerco di superare la realtà. Eugenio Montale nella sua poesia: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale parlava degli uomini che credono che «che la realtà sia quella che si vede» – io sicuramente non sono fra questi. Il mondo è sempre filtrato dai nostri sensi che sono sempre soggettivi, è tutta una percezione. Sono partito facendo 33 ritratti di familiari e amici in acrilico e mi sono reso conto che davo molta importanza agli occhi. Ho capito solo dopo che cercavo di ritrarre la persona per quello che era. Cerco di trasmettere l’essenza della persona. Più conosco una persona, più il suo ritratto risulta dettagliato. Ogni persona, inoltre, mi trasmette un colore. Ho ritratto un mio amico che era decisamente arancione..

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Poi ho fatto dei ritratti in acrilico di artisti, poeti, pittori che stimo. Nietzsche, Ezra Pound e Montale hanno avuto un grande impatto nella mia formazione intellettuale. Ho fatto anche ritratti di persone che penso abbiano un impatto positivo sulla società, prendendo l’immagine di loro che era nella mia mente».

Cosa ti affascina del volto?

Andrea Bonaceto: «Il volto è solo un sospensorio per gli occhi, è un contorno. Ho la capacità di capire le persone immediatamente, dalla faccia riesco a capire moltissimo. In questo mondo, molto falso, quando parli con le persone la loro mimica facciale dice molto più di quanto non facciano le loro parole. Questo mi dà comunque una piccola speranza che il mondo possa cambiare. Le persone dovrebbero avere la possibilità di essere coerenti con sé stesse, pensa che il 90% delle persone fanno un lavoro che non gli piace. Ad oggi la società avrebbe le risorse perché le cose cambiassero».

I sogni hanno un ruolo importante per te?

Andrea Bonaceto: «Mi è capitato di fare sogni ricorrenti, che mi fanno abbastanza impressione. Io non ho una formazione musicale vera e propria, anche se compongo e suono, eppure mi è capitato spesso di sognare dei concerti di opera con musiche totalmente nuove. È come se nella mia mente avessi questo concetto molto complesso che viene espresso per mezzo di strumenti che non conosco. Per quanto riguarda la pittura, invece, ciò che dipingo trae spesso ispirazione da qualche sogno. Una volta ho sognato un grande bruco rosso che ho subito disegnato perché non volevo dimenticarmelo. Quando sogno qualcosa di impatto, mi piace disegnarlo… I paesaggi e i disegni astratti che faccio traggono ispirazione dalla dimensione onirica».

Andrea Bonaceto

Come hai conosciuto Sophia?

Andrea Bonaceto: «Sono venuto a conoscenza del progetto Sophia dal suo inizio. Marcello Mari, un mio amico lavorava a un progetto legato alla sua creazione. Ne sono rimasto molto affascinato, l’ho anche incontrata a Malta tre anni fa. Il progetto è nato dal fatto che Marcello ha trovato i miei ritratti estremamente suggestivi e mi ha chiesto di fargli un ritratto. Quando gli ho mostrato il ritratto, gli ho proposto di mettermi in contatto anche con Sophia e i suoi creatori per fare dei ritratti anche a loro e iniziare una collaborazione creativa con Sophia. Il progetto è nato così, siamo stati fortunati… è stato lanciato nel momento più opportuno. Nel corso di questo progetto, ho avuto molte occasioni per interagire e parlare con Sophia. È stata un’esperienza suggestiva. 

Andrea Bonaceto

Sophia è essa stessa un’opera d’arte, il creatore è un genio e un artista, è stato un onore lavorare con loro. Quella di Sophia è un’intelligenza avanzata, che sarà sempre più in grado di empatizzare con soggetti umani… Sembra umana! La pelle è fatta di un materiale brevettato da Hanson Robotics che è davvero incredibile. Inoltre, la mimica facciale sembra davvero quella di un essere umano. Credo sia l’inizio di una fase che ci porterà nel futuro. Sophia sarà un robot che supporterà la nostra vita, nel nostro ciclo vitale avremo modo di collaborare con dei robot, e ci sembrerà sempre più normale».

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