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Blockchain e NFT, le criptovalute della moda

By Giuseppe Di Rosalia
6 min read

La moda da sempre è attenta ai cambiamenti sociali, antropologici e ora anche finanziari, poiché si sa che il fashion è attratto dal nuovo o da ciò che gli gira intorno. Ve lo dico subito: nella tecnologia di registrazione dei dati che supporta sia le criptovalute che gli NFT, diventati da poco il guilty pleasure dell’arte non c’è niente di pazzesco, se non i numeri. Il blockchain è la conseguenza di questi NFT.

Ma cosa sono NFT e Blockchain?

NFT è l’acronimo di Non Fungible Token, unità digitale che è possibile scambiare come i Bitcoin o l’Ethereum. L’NFT insomma è un certificato elettronico d’autenticità digitale dotato di un codice criptato e la firma dell’artista. Queste ultime attestano unicità e proprietà di qualcosa che esiste solo nel web ma può essere comunque rivenduto in quanto sempre distinguibile da qualsiasi altra “riproduzione”.

La Blockchain, invece, è una sottofamiglia di tecnologie, o come viene spesso precisato, un insieme di tecnologie, in cui il registro è strutturato come una catena di blocchi contenenti le transazioni e il consenso è distribuito su tutti i nodi della rete. Tutti i nodi possono partecipare al processo di validazione delle transazioni da includere nel registro.

Fin qui tutto chiaro, almeno credo.

Il fashion world non sa stare con le mani in mano e, nonostante sia stato travolto dalla pandemia, si è rivolto al web come unica salvezza. Infatti le sfilate, gli eventi, gli show room, le fiere e miliardi di dollari di acquisti si sono trasferiti online. Tanto che, giusto per citarne uno, anche l’eredità fotografica di Karl Lagerfeld raggiungerà una blockchain.

Per chi non lo sapesse, o non lo ricordasse: il Kaiser della moda fu direttore creativo di Chanel per 36 anni e di Fendi per 54. Lagerfeld è stato tra i designer più prolifici che siano mai esistiti. Oltretutto era anche un bravo fotografo, capace di realizzare contemporaneamente campagne pubblicitarie a Parigi e fotografare due amanti in India. 

Dopo la sua morte, avvenuta nel 2019, Eric Pfrunder, ex direttore artistico di Chanel, ha ereditato la sua raccolta di oltre 120mila fotografie. Piuttosto che venderle all’asta o allestire una mostra in un museo, ha deciso di registrarle sulla blockchain Lukso

Così facendo le foto di Karl saranno pubblicate a intervalli prestabiliti assumendo la forma di copie digitali, edizioni limitate, copie fisiche, mostre o libri.Lukso è una start up tedesca che opera in blockchain.

Ma cosa può fare la blockchain per la moda?

Oggi la moda è alle prese con due grandi problemi: combattere per eliminare la sua pesante impronta sull’ecosistema e difendersi dalla crescente contraffazione dei suoi prodotti. E qui entra in gioco il lato oscuro delle piattaforme di resale che, secondo alcune stime, costerebbe all’industria della moda più di 450 miliardi di dollari all’anno. Mica spicci. Gli esperti dicono che l’utilizzo della blockchain potrebbe offrire possibili soluzioni sia all’uno che all’altro problema. Cool!

Il sistema di identificazione già in uso per gli NFT può certificare la durata di un prodotto, includere la conoscenza dei suoi produttori, la provenienza, i precedenti proprietari, persino il lotto di produzione, rendendone l’autenticità completamente verificabile. 

Gli indumenti fisici, da sempre prodotti in serie complete in fabbrica, su ordinazione o pre-ordine, senza sapere se davvero saranno acquistati, potrebbero rimanere puramente virtuali in blockchain. Potrebbero addirittura entrare nel resale online o tornare in circolazione in un secondo momento come parte di una diversa raccolta. 

Ciò consentirebbe, inoltre, al brand X di testarne il gradimento prima di produrli e impostarne i quantitativi, senza sprecare niente.

L’industria della moda digitale è un mercato reale. Con la vendita di skin per i videogiochi si sono già lanciati in questa avventura brand importanti come Nike, Gucci, Valentino, Louis Vuitton e Off- White, dando vita ad una sorta di crypto fashion week.

Se qualcuno comprasse, come è già successo, nel mondo dell’arte un NFT da 63 milioni di dollari, o il primo tweet di Jack Dorsey ne frutta 2,9, perché non dovrebbero esistere collezioni di ready to wear esclusivamente digitali?

Risponde a questa lecita domanda Auroboros, che ha già difatti messo in vendita le prime collezioni. 

Auroboros, il cui nome fa riferimento all’antica icona del serpente che si mangia la coda, è la prima casa di moda a fondere scienza e tecnologia con l’alta moda fisica, oltre al prêt-à-porter solo digitale.

Creando una premessa romantica per il prossimo futuro, il nostro lavoro, si legge sul sito, è sinonimo di innovazione, sostenibilità e design coinvolgente.

Insomma il primo marchio digitale in vendita sull’app di styling games Drest, fondata da Lucy Yeomans, ex direttore della piattaforma moda Net-a-Porter e prima ancora di Harper’s Bazaar UK, a fianco di brand del lusso come Prada, Burberry o Valentino.

Blockchain

Su Drest i giocatori hanno un’età compresa tra i 21 e i 39 anni e l’app consente di improvvisarsi stylist e di fare acquisti.

La collezione Auroboros è costruita intorno a 14 capi in vendita a un prezzo compreso tra le 100 e le 450 sterline. 

Paula Sello e Alissa Aulbekova hanno iniziato il loro side project sperimentale durante l’università. Ma le cose hanno iniziato a decollare quando la Sarabande Foundation di Alexander McQueen le ha scelte come le emergenti da supportare nel 2020, fornendo loro uno spazio in studio e una guida su come lanciare il loro marchio.

Invece di pagare per possedere un indumento fisico, gli acquirenti di Auroboros pagano per assicurarsi versioni digitali di top impreziositi da viticci, abiti decorati con elementi del sistema linfatico o cappotti costruiti con piccole piante che vivono di vita propria. 

Una volta effettuato l’acquisto, inviano immagini di se stessi a dei sarti digitali che li vestono ma non c’è niente di fisico. Riveceranno soltanto una un e-mail sul loro PC. Sì lo so è folle, ma ognuno spende i propri soldi come vuole.

In bilico tra reale e virtuale una considerazione va fatta. 

L’11 marzo l’NFT di Beeple ha spuntato in un’asta digitale battuta da Christie’s 69 milioni di dollari. 

Blockchain

Ma qualche giorno dopo a Dubai è stata battuta all’asta per 62 milioni di dollari la tela “dipinta a mano” più grande del mondo. L’artista inglese Sacha Jafri ha completato il suo The Journey of Humanity su 1600 mq, ricavandone poi 70 pannelli da rivendere per raccogliere fondi destinati ai bambini colpiti dalla pandemia. 

L’uomo d’affari Andre Abdoune li ha acquistati tutti insieme per un prezzo che ha doppiato le aspettative. Beeple che Jafri non sono artisti superstar come Jeff Koons o Damien Hirst, e un allineamento sincrono (e senza precedenti) di reale e virtuale come questo fa riflettere, in primo luogo sui mercati che li hanno sostenuti.

Blockchain

Il virtuale si sta affermando oltre ogni previsione causa pandemia, e ora si affianca al reale senza più complessi. 

Tuttavia, una volta spenti i PC, il bisogno di contatto fisico e reale rimane forte. Anche e, soprattutto, nella moda, dunque, collezioni virtuali, NFT o skin sono destinati ad affiancarsi alle collezioni vere nel vortice dei Millennials della Gen Z. E, ancora di più, dai nuovissimi appartenenti alla generazione Alpha: nati dopo il 2010, che sono già in grado di orientare gli acquisti dei loro genitori. 

Anche se con 20 anni di ritardo welcome to the 21st century.

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