Cover Stories
By Monica Camozzi
COVERSTORY N°___ UNO

Claudia Barberis: life of y-our dreams

By Monica Camozzi
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Starring: Claudia Barberis
Photos by SIMON

Hair & Make Up: Lorena Smaniotto
Executive editor: Tommaso Lavizzari
Creative Director: Stefano Nappa
Concept & Style: Marco Cresci e Giuseppe Di Rosalia

Location: Magna Pars Hotel à Parfum


La maieutica con Claudia Barberis corre sui social media. Conosci te stesso? Quando parliamo di personal branding, l’arte di comunicare sé stessi come prodotto, diventiamo un po’ socratici. Come faccio a trasmettere chi sono, risultando un colore nuovo su una tavolozza oberata di toni come quella dei social media? Come si buca uno schermo affastellato di voci? 

Semplice, prima ci si guarda dentro per fare la sintesi di ciò che vorremmo portare fuori. Soprattutto, per capire cosa mostrare e come farlo. Il personal branding, senza verità e coerenza, non può esistere.

Il personal branding ha qualcosa a che fare con Socrate.

Un tema non banale, ci avete mai provato? Lo abbiamo chiesto a una delle consulenti italiane più accreditate nel personal branding. Una giovane donna che ha fatto collimare la grinta con la poesia. Il neuro marketing con l’intuizione. Lo shopping con l’introspezione. Claudia Barberis, bocconiana, portatrice sana di stile e di personalità. Come il tocco di blu nelle foto iperrealiste di Marta Penter, Claudia rappresenta il guizzo dell’inconsueto su una base classica. Preparazione, studio, carisma e quella dose di imponderabile che attiene al temperamento. Come il contrasto fra i mocassini addensati di paillettes, sotto i pantaloni oro e la maglia color castagna, con cui si è presentata all’appuntamento per l’intervista. La maieutica corre nei social media? Ebbene sì, tirare fuori la verità dal proprio essere significa mostrarla meglio agli altri. 

L’estetica è la sintesi finale. Il lato estetico si materializza e ti raggiunge, quando racconti te per davvero. 

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Conosci te stesso? Bella domanda. Come si traduce una persona in termini di brand secondo Claudia Barberis?

Claudia Barberis: «Potrei dire che è necessario levare ciò che è in eccesso, attrarre ciò che è lì per te e respingere il resto. Questo lavoro si rifà a tante discipline diverse: neuro marketing, psicologia comportamentale, teoria dei gruppi. Bisogna scavare! (come la maieutica, appunto, ndr). Quando chiedo al mio interlocutore di descriversi in tre parole, lo metto in difficoltà. Spesso l’immagine che abbiamo di noi stessi è stata data da altri… e scalzare questa percezione indotta non è semplice. Una cosa che mi ha sempre colpita è che, durante la presentazione della strategia che segue settimane di lavoro, quasi tutti i miei clienti piangono. Perché arrivano a conoscere davvero loro stessi».

Qual è la strategia migliore per fare personal branding? Molti pensano basti la spontaneità

Claudia Barberis: «Il personal branding è parte del marketing aziendale. Tuttavia, si ha a che fare con le persone, non con dinamiche collettive, quindi interviene l’elemento individuale. Pensate che la modalità con cui imprenditori, come Nerio Alessandri di Technogym, mostrino se stessi al pubblico sia frutto del caso? Assolutamente no! Ti arriva esattamente lui, o meglio ciò che lui desidera rivelare, nulla è frutto d’improvvisazione. Si può essere spontanei quando si conosce alla perfezione un metodo, un po’ come guidare la macchina. Quando sei padrone del meccanismo, arriva la spontaneità. In caso contrario, fai incidenti…

Il punto è: come funzionano le relazioni umane? I social rispecchiano esattamente le dinamiche umane, però potenziate. Cambiano strumenti e linguaggi, ma tutto attiene sempre al funzionamento del cervello e delle emozioni». 

Claudia Barberis

Claudia Barberis è ragione o sentimento?

Claudia Barberis: «Entrambi! Pensiamo ai grandi imprenditori, il motivo per cui vengono seguiti non è tanto ciò che hanno fatto, ma come lo raccontano, spesso conservando il lato umano. Quel dettaglio sbagliato, se vogliamo, ma umanizzante. Prendiamo Chiara Ferragni: è una multimilionaria bellissima ma… semplice. Comunica l’aspetto possibile. Certo, alcune modalità di esprimersi sono più adatte di altre, penalizzanti. La coerenza è un elemento fondante e per essere coerenti bisogna prima… essere. Il personal branding non può prescindere dall’analizzare chi si è davvero. ‘Perché dovrebbero ascoltare proprio me?’ Questa è una delle prime cose da chiedersi».

Come fai emergere l’anima? Come parte il processo di personal branding?

Claudia Barberis: «La parte di analisi dura circa sei settimane. I primi momenti ci si sente per due ore una volta alla settimana, partendo da una analisi delle competenze. Durante questo primo periodo induco i clienti a fare ragionamenti servendomi di questionari stilati con l’ausilio di una psicologa. Poi si passa al contesto sociale: ‘chi hai intorno? ‘A chi ti rivolgi?’ Questo implica non solo i clienti potenziali, ma tutte le persone che potrebbero portarti vantaggio. La tua rete sociale. Se inizi il percorso con il cliente sbagliato, sarà un inferno… Infine, si passa alla parte introspettiva. Chi sei tu? Colgo spesso lo stupore dei clienti quando dicono cose che non credevano loro».

Che differenze hai riscontrato fra uomini e donne?

Claudia Barberis: «Differenze indotte, culturali, non animiche. L’uomo viene pompato di autostima, la donna deve costruirsela. Alla fine, quando abbatti i muri di difesa, tutti cercano la stessa cosa. Le differenze fra i sessi sono inconsistenti, sotto la corazza batte lo stesso cuore. Alberga lo stesso desiderio di essere capiti, di trovare qualcosa che abbia un senso. 

Quando chiedi quali sono le cose che ti piacciono di te stesso, di media, un uomo fa un elenco di venti, mentre una donna ne menziona due.

L’estetica è una conseguenza. Bastano pochi dettagli per trasformare il quadro di insieme. Mi è capitato solo una volta che la persona che seguivo cambiasse completamente modo di vestirsi. Aveva modificato la sua taglia ed era rimasta idealmente fissa sulla vecchia percezione di sé. Invece in Brasile, dove ho scoperto la mia attitudine al personal branding, l’attenzione era rivolta più sul corpo che sull’abito; soprattutto da parte degli uomini. 

Chiunque sia incappato in una tua foto o in un tuo messaggio, si è fatto un’idea di te».

È stato davvero il Brasile a farti comprendere la tua attitudine al personal branding?

Claudia Barberis: «Sì! Una volta laureata, ho faticato a trovare un lavoro adatto a me. Sono sempre stata multi-potenziale, una parte di me ha attitudini scientifiche, l’altra è creativa. Da un lato psicologia e lettere sono sempre state i miei cavalli di battaglia; dall’altro, l’amore per i viaggi e l’insofferenza verso ordini impartiti da altri sono una componente determinante del mio essere. Ecco, una mia caratteristica basilare è entrare in contatto con le persone, le sento immediatamente. Il processo intuitivo mi riesce facile. Cercavo un lavoro in cui non rimanere ingabbiata. Che evolvesse con me. Ho avuto una prima esperienza nel mondo della moda, al merchandising di Valentino e Loro Piana. Poi ho fatto la buyer per un piccolo e-commerce, era molto divertente, sempre in giro a scovare novità. La moda mi ha lasciato forti spunti estetici e il senso dell’etica del lavoro. Non era abbastanza. Alla fine, con l’apertura dei paesi BRIC, sono volata in Brasile». 

Cos’ha trovato Claudia Barberis in Brasile?

Claudia Barberis: «Cosa ha trovato il Brasile in me! Frequentavo tantissime persone, in quel momento storico il paese era un’esplosione di socialità, di relazioni, di eventi. Le persone quasi sempre mi chiedevano cose tipo: ‘Come si fa a vestirsi come te?’ Nonostante indossassi un mix di marchi brasiliani, il commento di prassi era: ‘Belli, questi abiti italiani!’ Ho compreso che questa italianità, fatta di gesti, di modi di porsi, di una naturale attitudine a comporre il bello, colpiva in modo spontaneo. Inizialmente davo semplici suggerimenti, non pensavo che si sarebbero trasformati in una consulenza vera e propria. In seguito ho iniziato a seguire dei clienti in carne ed ossa.

Lì ho afferrato che l’estetica è la sintesi finale di un processo molto più complesso, che ha a che fare con la psiche, con il modo di vedere noi stessi, con la comunicazione che facciamo della nostra persona in quanto brand. Sembrano cose banali, effimere ma non lo sono, soprattutto nell’era dei social. Per dirmi chi sei devi… saperlo tu».

Perché non sei rimasta in Brasile? Quali differenze hai trovato qui?

Claudia Barberis: «Sono dovuta tornare per forza! Ho cercato un lavoro allineato, una volta in Italia, e l’ho anche trovato ma… passavo notti insonni. Finché un caro amico mi ha detto: ‘Non sei fatta per quello, concretizza ciò che sogni’. Allora, durante l’ultima notte insonne ho formulato la mia presentazione a un pubblico potenziale. La domanda principe era: ‘Come si può essere credibile proponendosi a persone che hanno 15 anni più di te?’ Ho usato lo strumento della provocazione. Una frase forte, che scuoteva le fondamenta di un luogo comune, la barriera fra l’essere e l’apparire. Ho marcato volutamente il concetto contrario a quello dominante. Ovviamente sui social media ha funzionato benissimo, attirando anche imprenditori e persone di spicco. 

Il web è uno strumento di autodeterminazione potente, che prima non esisteva. Chiunque, da lì, se ha qualcosa da dire lo dice. Ma deve dirlo bene e con coerenza. I social sono forti, nello smontare la corazza». 

I tuoi primi clienti?

Claudia Barberis: «Il primo cliente l’ho incontrato grazie a una foto postata sui social che mi ritraeva mentre praticavo kitesurf. Evidentemente ne rimase sorpreso, oltre a essere anche lui un appassionato di questo sport, è rimasto colpito da un profilo diverso dal consueto. Il secondo, un uomo importante, abituato a commenti compiacenti, ha voluto iniziare a lavorare con me in seguito a una gaffe: mi sfuggì una frase sbagliatissima in sua presenza. Dato che nessuno osava mai dirgli la verità, apprezzò la sincerità del mio commento. Il pubblico femminile arrivò in un secondo momento: la necessità di personal branding è cresciuta in parallelo alla loro rilevanza professionale.

Chi afferma che la sostanza è più importante della forma, dice un’idiozia. Questa, è stata la mia provocazione. Alla fine, ogni dicotomia è sbagliata. Tutto è osmosi. Perché scegliere fra sostanza e forma? Fra humor e intelligenza? Chi ha detto che dobbiamo scegliere? Ognuno trova la sua via e la presenta in modo tale che arrivi al suo target umano e professionale.

Tono di voce, postura, modo di porsi in video, estetica, tematiche da trattare e modo di trattarle. Tutto concorre a creare la percezione. Mettersi a nudo è difficile, si teme di essere giudicati. Come per ogni cosa: serve preparazione. Seria, competente. Risulti autentico, con metodo, senza fare scivoloni. È quando sei autentico che lo fai così bene da… sembrare autentico! 

Io non credo nel dogmatismo, spiego come arrivare agli altri, cosa trasmettere. Poi, però, si mette in evidenza ciò che davvero rappresenta quell’individualità. 

Funziono perché sono coerente. Faccio quello che dico! Se non vedono coerenza, le persone non ti sceglieranno mai». 

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