Cover Stories
By Tommaso Lavizzari
COVERSTORY N°___ ZERO

Weik up! We are all digital nomads

By Tommaso Lavizzari
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Starring: Fabio Weik
Photos by Marco Mezzani
Creative Director: Stefano Nappa e Tommaso Lavizzari
Concept & Style: Marco Cresci e Giuseppe Di Rosalia


Fabio Weik è un writer e artista contemporaneo. Esponente attivo della crew TDK, una crew di Graffiti storica, e fondatore della crew Interplay. Ha partecipato a importanti progetti urbani, sia in Italia che all’estero, lavorando a stretto contatto con autorità locali e fondazioni internazionali legate a progetti di Urban Art e rigenerazione.

Weik nasce a Milano, nel 1984. Cresce nel quartiere Comasina dove vive e assorbe le dinamiche di quella che viene abitualmente definita Periferia.

«La realtà della Periferia ti porta alla noia. La noia ti obbliga a impegnare il tuo tempo in ogni modo possibile e, d’abitudine, le strade percorribili ai margini di una metropoli sono due: la droga oppure trovare una passione. Io ho trovato i Graffiti».

Lo skyline della Metropoli e il perimetro di Milano, quindi, rappresentano un tratto determinante della tua formazione.

Fabio Weik: «Sono fondamentali. Mi sono avvicinato alla cultura Hip Hop che è strettamente legata alla realtà urbana. Mi sono trasferito a Bollate, nella mia compagnia facevano tutti graffiti, vivevamo vicino alla ferrovia. Avevamo un’attenzione particolare su chi aveva fatto (disegnato, N.d.R.) questo o quel treno. Era il 1997. Ho sempre avuto passione per il disegno e nel 2006 con ‘Street Art, Sweet Art’, al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, c’è stata grande attenzione per il fenomeno. Lì hanno cominciato a interessarsi anche a me e hanno cominciato a chiamarmi varie gallerie. Così è cominciato il viaggio».

fabio weik

Hai capito in quel momento che, motivazioni a parte, avresti potuto davvero avere ambizioni professionali.

Fabio Weik: «Non ho mai amato l’idea che il Graffiti Writing entri nei musei. Per me quella è una dimensione che deve rimanere in strada. Ho pensato che fosse l’opportunità di inaugurare un nuovo linguaggio. Non ho voluto snaturare il mio percorso più underground, che tuttora porto avanti. Ho capito di avere bisogno di usare un linguaggio tutto mio; che riuscisse a rappresentare il momento storico che vivo».

Quindi, Fabio Weik è due facce di una stessa medaglia. La tua identità underground è rimasta viva nelle strade e nel tuo studio del lettering; mentre il tuo desiderio di comunicare a un pubblico diverso ti ha spinto ad avvicinarti ad ambienti più istituzionali, sperimentando i Media dell’arte visiva contemporanea.

Correggimi se sbaglio.

Fabio Weik: «É assolutamente così. Io non sono uno street artist, faccio Graffiti. Sono un Writer, faccio lettering. Certo che so disegnare, ma il Writing è una delle discipline che fa parte della cultura Hip Hop. É una disciplina che basa tutto sul proprio ego-trip, se vogliamo dargli una definizione semplicistica, e la continua ricerca della perfezione stilistica. Devi scrivere il tuo nome evolvendoti sempre; cercando di scriverlo in modo sempre più bello, più difficile, più cool. É una dimensione egocentrica. Non ho mai pensato che qualcuno passando davanti a un mio Graffito potesse pensare: ‘Che bello!’. (risata, N.d.R.) Non mi è mai importato.

Nelle gallerie e nei musei, invece, il mio lavoro riflette il contesto storico. L’attualità. La società contemporanea e i Mass Media. Indaga il loro rapporto. Utilizzo simboli e icone popolari. Dipingo, faccio video, installazioni site-specific. Chiaro che tutto abbia origine dal mio pensiero, ma lo faccio sempre con un riferimento sociale. C’è inquietudine, critica. Spesso malessere interiore derivato dall’incoscienza. Penso che l’artista abbia una grossa responsabilità. L’artista è un testimone del proprio tempo».

fabio weik

Arrivi dalla cultura urbana, dalla strada, e anche nei musei racconti la società. Non ti limiti a osservare, ma vivi il tuo tempo attivamente e lo racconti a un altro pubblico attraverso un linguaggio più istituzionale. Questo è il punto di contatto tra le tue due dimensioni?

Fabio Weik: «Le tecniche sperimentali e l’utilizzo di materiali non convenzionali come acidi, vetro, polvere, gesso e oggetti comuni contribuiscono a spiazzare lo spettatore innescando un processo di identificazione e riflessione. Il pubblico lo scegli anche così. Devi raccontare la tua ricerca a chi li vuole ascoltare, questo è fondamentale. Io creo il mio linguaggio e creo anche il pubblico: soggetti che vogliono ascoltare il mio messaggio. L’artista deve rappresentare la realtà in cui vive, senza fronzoli. Noi artisti siamo dei testimoni. Ho vissuto a pieno il cambiamento dei Media. Ho visto tutta l’evoluzione che ci ha portato a questa indigestione di informazione che porta la notizia a non essere interessante in quanto tale ma perché è di moda. Quante cose ci passano davanti e poi spariscono nel nulla? Cerco di analizzare il rapporto tra l’informazione e la società».

Neanche a farlo apposta stiamo vivendo un periodo piuttosto complicato, anche da questo punto di vista.

Fabio Weik: «Esatto, in questo momento c’è confusione totale dal punto di vista dell’informazione, quindi c’è confusione totale anche dal punto di vista culturale e sociale. Oggi, ognuno si sta creando una propria idea della pandemia. C’è una confusione incredibile. Ne parlerò. Sto lavorando a qualcosa ma non mi piace mai occuparmi di una notizia quando è ancora in corso. Mi sembrerebbe un po’ di fare lo sciacallo».

Sei profondamente legato all’Ermeneutica. Quindi alla concezione filosofica che porta all’interpretazione non soltanto dei testi ma anche dell’intera esistenza umana. Disciplina alla quale, non a caso, stai dedicando la tua produzione da ‘Ermeneutica Chapter I’. Questa domanda me l’hai servita su un piatto d’argento. (risata, N.d.R.)

Fabio Weik: «Esatto, ringrazia! (risata, N.d.R.) Mi piace analizzare le cose a bocce ferme. Mi piace attendere che l’argomento si sgonfi. Riaprire il vaso di Pandora e trovare nuovi input, dopo averci riflettuto, per dare il via a nuove riflessioni».

Anche se con questo capitolo dedicato a ‘Balla’ ti sei andato a infilare su un terreno sdrucciolevole. É facile scivolare quando si toccano certi temi, come l’immigrazione e tutti i problemi ad essa correlati. É vero che oggi non sono più in prima pagina ma sono sempre un nervo scoperto che è difficile affrontare senza critiche becere, spesso di stampo politico, soprattutto in Italia.

Fabio Weik

Sei riuscito attraverso ‘Balla’ ad affrontare un argomento molto delicato senza scivolare in facili retoriche. Lo hai osservato dal punto di vista del Nomadismo, addirittura attingendo a piene mani dalla Mitologia greca e latina.

Fabio Weik: «’Balla’ è il passo successivo alla prima serie di ‘Ermeneutica’. Un passo più concreto. Non avevo inserito immagini di migranti nella mostra ‘Eremenutica I’. Eppure, durante questo percorso iniziato più di un anno fa, leggendo e studiando i passi della Mitologia che ho trovato in varie biblioteche sparse per il mondo, mi sono accorto che parlano della nostra stessa realtà. Già nell’antica Grecia si adottavano soluzioni macabre, terribili; già nell’antichità i migranti erano fonte di business e di ogni nefandezza, spesso compiuta dagli stessi dèi.

Stiamo vivendo quasi in una Mitologia Modernistica. Schiavismo, stupri, corruzione anche delle divinità, c’è un aspetto sociale molto forte legato al mondo dei migranti. L’uomo è sempre stato legato a una dimensione nomade e spesso nella letteratura compaiono figure di questo tipo. Pensiamo anche solo a Caronte che traghetta le anime. Quindi ho pensato che fosse la giusta chiave per raccontare il problema sociale dei profughi senza fare il compitino compassionevole.

La storia si ripete. La dimensione nomade è propria dell’uomo e, all’interno di questo meccanismo, si creano varie dinamiche sociali.

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Ho raccolto il materiale, le illustrazioni più nascoste e preziose tra i libri antichi sparsi per il mondo; le ho rielaborate in vettoriale e le ho stampate sulle coperte termiche; che non sono nient’altro che il primo dono che si fa ai migranti in arrivo sulle coste europee. Se qualcuno ci vede del pietismo può andare a leggersi la mia storia, per capire che non è e non sarà mai quello il mio obiettivo. L’arte non è per tutti. Fortunatamente non ho trovato nessuno che abbia fatto osservazioni di tipo politico. Mi sono spiegato?».

Direi di sì. (Risata, N.d.R.) É molto interessante. A questo punto incontri Balla, in carne e ossa, che poi diventa il tuo alter-ego nella nuova serie di Ermeneutica.

Fabio Weik: «Ho incontrato Balla e ho voluto raccontare la sua storia. Ormai è in Italia da cinque anni, è un ragazzo perfettamente inserito nella nostra società, molto social; é un cittadino del mondo. É arrivato in Italia dopo un percorso incredibile. Un’avventura tragica ma a lieto fine, in cui l’alba, che per noi è una foto da postare su Instagram, per un migrante rappresenta il ritorno alla realtà dopo il buio della notte e un altro giorno in mezzo al mare. Per questo ho voluto imprimere l’immagine di Balla sulle coperte termiche e inserire la sua storia in Ermeneutica. É un racconto mitologico moderno.

Lo stesso Balla, leggendo dei passi della Mitologia greca, mi ha chiesto se certe cose fossero successe davvero; perché in molti casi vengono raccontati episodi che ha vissuto anche lui, in prima persona, secoli dopo. Mi piace molto la contrapposizione tra antico e moderno. Il concetto di ossimoro visivo e ossimoro temporale. Ho trattato la Mitologia attraverso un linguaggio digitale, moderno; quindi Balla è la modernità che viene raccontata come la Mitologia antica.

Il filo conduttore è il concetto di nomadismo stesso, andare da un punto a un altro, che oggi è vissuto anche attraverso la digitalizzazione. Si viaggia anche stando fermi, lo stiamo vedendo in questo periodo.

Oggi l’installazione ‘Balla’ potrà raccontare tutti questi concetti anche nei Musei e nelle Gallerie, ma occorreva che venisse presentato in contenitore urbano. Un luogo che avesse un trascorso, che avesse ospitato realmente dei migranti. Oggi questo luogo è diventato Ride Milano, che ringrazio per l’opportunità. Il contenitore è fondamentale per raccontare una storia. La musica techno che accompagna l’istallazione è di Boss Doms, con cui collaboro come Direttore Artistico nei suoi progetti, mentre lui compone la musica per qualche mia idea istallativa. É un sodalizio davvero molto stimolante. Le immagini, invece, sono di Francesco Brembati».

Fabio Weik

Il suo stesso nome diventa, quindi, il titolo provocatorio della mostra: ‘Balla’.

Fabio Weik: «Il concetto di ‘Balla’, in questo caso, è una critica alla società degli Eventi privi di contenuto. In un momento storico in cui i luoghi dei Party sono vuoti, noi portiamo l’arte, il contenuto. ‘Balla’ come ballare, la musica techno scollega subito la mente dal concetto politico di migrazione. La musica ad alto volume e le 145 coperte termiche (pari al numero dei passeggeri sul gommone, N.d.R.) che, nel buio, riflettono la luce creano un’atmosfera da Club, che però richiama anche l’alba di cui parlavo prima, ma solo per chi lo sa».

Dimensione ironica e contenitore della mostra che riportano alla tua stessa dimensione d’origine: ovvero la strada, la città, il mondo dei Graffiti.

Fabio Weik: «Tutto quello che faccio nella vita, tutto ciò che amo, viene dai Graffiti. La mia ricerca artistica nasce da lì e ci torna sempre, in qualche modo. Io amo molto viaggiare, ad esempio, sia per lavoro che per interesse: viaggio sempre. É difficile che io viaggi senza uno scopo. Tutto questo nasce dalla cultura dei Graffiti. Oggi, quando mi muovo per il mondo, le prime persone che sento, che incontro e che spesso mi ospitano sono proprio amici Writer. É una grande comunità, una grande famiglia sparsa per il mondo.

Prima viaggiavo per dipingere con la mia Crew in giro per il mondo, oggi lo facciamo ancora ma principalmente viaggio per altri motivi. Loro sono sempre e comunque un porto sicuro. C’è un senso di unione davvero fraterno, rafforzato dalla mia formazione in ambito militare, che sviluppa un forte senso di appartenenza e una grande disciplina, fondamentale per il mio lavoro. Non sono esattamente il prototipo di artista bohémien, anzi. Sono quasi maniacale nella mia organizzazione del lavoro».

Per te è molto importante, quindi, la dimensione del viaggio.

Fabio Weik: «Certamente. Ho viaggiato molto e viaggio continuamente, come dicevo. Ho lavorato nel settore aeronautico e ho il brevetto da pilota di linea commerciale. Sono stato per 6 anni a Dubai perché avevo un progetto con una Galleria d’Arte. Vivevo là sei mesi all’anno e, quando faceva troppo caldo, tornavo in Italia. Oggi la Galleria prosegue la propria esistenza ma io sono uscito dal progetto. Ho compratori sparsi per il mondo e, anche solo per questo motivo, viaggio spesso.

fabio weik

In America ci sono le radici dell’arte che amo; possiamo dire che gli Stati Uniti siano stati il mio ‘erasmus’ (risata, N.d.R.) e ci torno spesso. Sono molto legato al Medio Oriente, in cui trovo la tranquillità. Sono luoghi mistici dove trovo molta pace. C’è un rapporto con l’umano molto più intimo rispetto a noi. Vivendo a Dubai, inoltre, ho avuto modo di sfatare molti miti, appunto, che nascono dai Media. Le prime persone che ho incontrato, anche lì, sono stati dei Writer, ad esempio. 

Il viaggio, però, lo intendo anche come uscire dalla propria comfort zone, cercare un’altra dimensione con cui confrontarsi. Il mettersi in gioco. É il trovare un luogo che offra stimoli, anche se fosse la via dietro casa. Viaggiare è fondamentale. É insito nella natura dell’uomo. Siamo tutti nomadi, oggi anche digitali.

Viaggiare sviluppa la creatività. L’esperienza personale. Offre input di cui ci dobbiamo nutrire tutti, non solo chi fa il mio mestiere».

Molto interessante, mi incuriosisce molto la storia dei Writer a Dubai. Come mai, inoltre, hai pensato di aprire una Galleria d’Arte proprio lì? Com’è il rapporto con l’arte a Dubai?

Fabio Weik: «I Writer di Dubai sembrano una cosa assurda, è vero, ma ci sono. Si parla di tutte cose legali; là è tutto legale perché con l’illegalità non si scherza. Ho conosciuto un Writer londinese che mi ha presentato altri Writer, principalmente filippini e ragazzi del luogo. Ovviamente ci sono le persone del luogo, molto ricche, e una scena più underground che nasce appunto dalla comunità filippina, che è molto sviluppata a Dubai. La scena, oggi, si sta molto allargando, quando c’ero io era ancora embrionale. La particolarità è che a Dubai la scena dei Graffiti locals è principalmente femminile. L’arte è una materia prettamente femminile in Medio Oriente e, quindi, ci sono molte più ragazze che ragazzi. É capitato che mi chiedessero perché un uomo facesse arte, soprattutto all’inizio.

La visione artistica per loro è principalmente femminile e un tempo non c’erano uomini artisti. Ho scelto Dubai non per la ricchezza, vendo meglio a Londra o a Bruxelles. Dubai, all’epoca, non aveva una certa sensibilità e mi incuriosiva il fatto che, a parità di territorio, aveva il più alto tasso di religioni differenti che vivono in armonia. Quindi l’ho scelta più a scopo esplorativo, anche perché è difficile farli spendere. (Risata, N.d.R.) Hanno case grandi e dove ci sono case grandi si vende più arte. Questo perché l’arte è sempre vista a scopo di arredamento, sono in pochi ad avere una visione da collezionisti. Inoltre ad Abu Dabi, vicinissimo a Dubai, hanno aperto uno dei centri d’Arte Contemporanea più importanti del mondo. Dubai, poi, ha un distretto dedicato all’Arte Contemporanea con alcune delle Gallerie più importanti della scena internazionale. Diciamo che l’ho scelta perché era un territorio ancora asettico per alcune logiche e quindi mi interessava come dimensione».

fabio weik

Modernità e antichità, torna questo ossimoro nella tua vita. Riemerge anche il concetto di viaggio come uscire dalla propria comfort zone. Sei un nomade inteso come ricercatore.

Fabio Weik: «C’è anche il contrasto tra la disciplina militare e la libertà dell’arte. Un altro ossimoro presente in me. Mi ha permesso di abbattere anche il preconcetto che separa l’idea che si ha nei confronti di chi frequenta una scuola militare rispetto all’artista che, invece, deve essere per forza sregolato. Io affronto l’arte e le mie idee con la stessa precisione con cui preparerei un volo di linea. Per me bisogna costruirsi una credibilità, una storia.

Io l’ho costruita e la costruisco vivendo quello che faccio ogni giorno, da anni. Per fare questo serve disciplina, occorre lavoro, studio continuo. Serve essere reali, credibili, altrimenti non si va da nessuna parte. Si stanno scardinando i meccanismi dell’evento privo di contenuti; questa pandemia ha svuotato dalla fuffa e ha lasciato chi ha davvero dei contenuti. Bisognerebbe incazzarsi e proseguire su questa strada. Recuperiamo l’importanza delle persone che davvero fanno qualcosa, che si mettono in gioco».

A proposito del fare, che rapporto hai con il digitale, che utilizzi nel tuo lavoro ma che fa anche parte della quotidianità.

Fabio Weik: «Bé, per proseguire sul concetto di antico e moderno, oggi io incido con la penna grafica come un tempo si incideva con lo scalpello. Fisicamente la digitalizzazione mi permette di lavorare da qualsiasi parte del mondo. I social sono la mia sonda sulla società, per capire cosa sta andando e cosa no e trovare idee. Tengo totalmente fuori tutto questo dalla sfera privata. Uso i social per lavoro e lavoro con il digitale. La mia formazione è molto concreta e per me è fondamentale avere delle basi e una vita reale. L’aspetto che mi spaventa dell’attualità, infatti, è l’eccessiva facilitò con cui si sta arrivando a credere di saper fare qualcosa.

Mi spiego meglio: non si può pensare di essere laureati in Ingegneria dopo tre video su YouTube, ecco. Invece oggi c’è un po’ questa tendenza. Al contempo, però, questo è il vero aspetto interessante del nomadismo digitale. Se fossi un Ingegnere in smart-working, ad esempio, utilizzerei il tempo in più che ho a disposizione per compiere dei viaggi digitali e arricchirmi; seguirei un corso di cucina o di qualsiasi cosa mi interessi, uscendo dalla mia comfort zone. Ecco perché, potenzialmente, siamo tutti nomadi digitali. É una dimensione che sviluppa la curiosità, chi è pigro resta pigro ma chi vuole viaggiare trova sempre un modo per farlo. Pensa al lockdown senza il digitale».

Senza il digitale forse non ci sarebbe stato il lockdown. Probabilmente perché non avremmo avuto informazioni in tempo reale.

Fabio Weik: «Può essere, in effetti. Si torna alla mia indagine sull’informazione. Noi abbiamo accesso a un’infinità d’informazioni e fonti e, al contempo, il digitale ha accesso a noi. Non nel senso della privacy, chiaramente, ma dal punto di vista dell’informazione. Può impressionare il nostro lato emotivo e condizionare la nostra vita, nel bene e nel male. Senza il digitale non ci sarebbe stato lo smart-work o la scuola a distanza; al contempo, però, avremmo vissuto tutto questo in modo molto meno pesante dal punto di vista emotivo. Questo aspetto mi spaventa. Siamo tutti nomadi digitali, ma occorre saper usare molto bene la digitalizzazione per non perdere la bussola della propria vita». 

Written by
Tommaso Lavizzari
Tommaso Lavizzari. Giornalista freelance, autore e content creator. É stato direttore di Sport Tribune e Soccer Illustrated. Si occupa di sport e lifestyle per vari magazine, quotidiani, radio e tv. Crea contenuti editoriali per diversi brand e aziende. Ha pubblicato con Francesco Aldo Fiorentino "SURF. Un mercoledì da leoni 40 anni dopo" per Mondadori e "SURFPLAY" per Passamonti Editore.
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