Cover Stories
By Stefano Nappa
COVERSTORY N°___ DUE

Joan Thiele: Memories of the Future

By Stefano Nappa
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13 min read

Starring: Joan Thiele
Photos by SIMON

Hair & Make Up: Barbara Ciccognani using Agenov
Editor in Chief: Tommaso Lavizzari
Creative Director: Stefano Nappa
Concept & Style: Marco Cresci e Giuseppe Di Rosalia

Location: Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia


Joan Thiele è la protagonista della nostra cover numero due. Lo scorso 12 febbraio 2021 ha pubblicato, per Undamento, Atto I – Memoria del Futuro. È il primo capitolo di un nuovo viaggio composto da 2 tracce: Cinema e Futuro wow. Per queste composizioni ha collaborato con gli artisti e produttori più influenti e apprezzati della nuova scena musicale italiana: Mace, Venerus e Ceri.

La suddivisione in atti di questo progetto è un bello schiaffo creativo alla realtà in cui viviamo. Le persone, infatti, non sono più abituate ad andare al cinema o a teatro. Non hanno la pazienza di vivere un primo e un secondo tempo. Le serie tv, ad esempio, durano solo poche serate e poi vengono archiviate, è il pubblico a decidere quanto farle durare.

Il tempo è il protagonista di questa primo atto di Joan Thiele: per voi è un amico fidato oppure un nemico?

Bisogna ascoltare il tempo, bisogna saper ascoltare anche il silenzio di un viaggio e Joan riesce persino a raccontarlo tra i suoi brani. Le sue origini metà italiane e metà svizzero-colombiane hanno creato nel suo DNA una sensibilità mai percepita prima su di un pentagramma.

Tra pop, atmosfere urban contemporanee e sonorità vintage, iniziamo il nostro viaggio con Joan, nel salone delle feste del Transatlantico Conte Biancamano. Il suo primo viaggio fu sulla linea GenovaNapoliNew York; poi le rotte verso il Sud America e l’Estremo Oriente; il trasporto delle truppe statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale fino e così via fino ai suoi ultimi viaggi.

Ho capito che il tempo non mi è nemico, è memoria del mio futuro. È ricordare i possibili futuri che ho progettato e cercare, nel presente, di realizzare scenari migliori. Il tempo mi ha segnata, come graffi che mi porto dietro.

Joan Thiele

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Quando ti sei innamorata per la prima volta della musica?

Joan Thiele: «Ci sono stati diversi momenti in cui ho provato qualcosa di forte nei confronti della musica. Non ricordo precisamente un episodio. Fin da quando sono piccola sento questo legame viscerale con lei. Già a quattro anni dicevo che volevo fare la cantante. Lo sapevo, era nel mio destino, ma ci sono stati degli istanti in cui la musica mi ha proprio folgorato. Non dimenticherò mai come ballavamo, le mie amiche ed io, da piccole, i brani di Tiziano Ferro. La musica, però, mi ha rapito definitivamente il cuore quando ho scoperto i Led Zeppelin. Quello per me è stato un momento catartico. Hanno aperto un lato della mia emotività da adolescente. Questa scoperta mi ha dato la spinta per iscrivermi al corso di chitarra dove ho costretto il mio insegnate a insegnarmi tutti i loro brani. Avevo una curiosità e una fame insaziabile, leggevo anche tutti i libri scritti su di loro. Quello è stato un momento in cui sono passata dall’ascolto alla pratica».

Questa voglia, questa fame, di cui mi parli e che leggo ancora nei tuoi occhi, non la ritrovo in molti artisti o ragazzi emergenti…

Joan Thiele: «Secondo me ascoltare musica è come studiare. Se tu fai musica, scrivi musica, non puoi non ascoltare musica. Quando scrivi musica rielabori delle cose che hai ascoltato o vissuto, quello che fai non è realmente nuovo. La melodia non è mai nuova. É una reinterpretazione emotiva di qualcosa che già esiste. Non puoi non conoscere la musica che c’è o che c’è stata. La curiosità è fondamentale. Non credo sia un problema di generazioni, perché mio fratello è nato con Spotify ma ha una cultura devastante, dalle colonne sonore cinematografiche a tutto il resto. Il come vivere la musica credo che sia molto personale. Mio fratello è l’esempio di chi, avendo a disposizione tutta la musica del mondo, se la ascolta tutta».

In studio di registrazione a Ray Charles avevano detto: «O hai un sound tuo, o non sei nessuno». Da Save Me a Tango, passando per Operazione Oro fino a Memoria del Futuro, come hai costruito il tuo di sound? Quanto è stato difficile trovarlo?

Joan Thiele: «Io credo che nei miei dischi ci sia stata un’evoluzione. Quando ho iniziato a fare musica, mi sentivo in piena ricerca.
Nemmeno oggi mi sento arrivata, non in termini di popolarità, ma dal punto di vista artistico. Produco anche da me i brani e, in Operazione Oro e nelle ultime cose che ho pubblicato, ho raggiunto sicuramente livelli diversi rispetto al mio inizio. Ho iniziato sul serio a capire quello che mi piace. Quando sei più piccola e ti mancano delle competenze, anche tecniche, fai fatica a spiegare a un produttore quello che desideri realmente o ciò che hai in testa. Sono d’accordo sul fatto che ognuno debba avere un proprio suono, ma ciò non significa che questo non si evolva: per me il suono sei tu che stai suonando. Un esempio banale potrebbero essere The Beatles. Ogni loro disco è diverso dall’altro. C’è stata una evoluzione di sound ma erano sempre loro a comporlo. L’anima e le sensazioni che trasmetti nei brani si evolvono col suono»
.

Tu, però, sei partita cantando in inglese e integrando anche più lingue fino a stabilizzarti sull’italiano. Come mai?

Joan Thiele: «Paradossalmente era molto più pop quello che componevo in inglese. In italiano è molto più difficile ricreare quello che facevo prima. Questa scelta non è stata studiata a tavolino, volevo semplicemente scrivere qualcosa nella mia lingua perché desideravo trovare il mio suono nella lingua che reputo mia. Mi andava l’idea di attingere dalle colonne sonore, dalla canzone italiana e dai miei ascolti, per sentirmi me stessa. Recentemente ho scritto anche altre cose in inglese che non sono ancora uscite. Scrivere in italiano negli ultimi due anni mi ha fatto davvero bene. Ho provato un approccio diverso dal precedente. In italiano percepisco un’autenticità diversa durante la creazione. La lingua inglese e il suo suono fanno parte delle mie radici, sono forti. L’italiano è solo una questione di evoluzione. Ho scritto delle cose anche in spagnolo che prima o poi usciranno, ma prima avevo bisogno di trovare l’autenticità».

Il titolo che hai dato a questo nuovo progetto, da dove viene?

Joan Thiele: «Ci sono dei temi che durante l’anno scorso si ripetevano nel mio quotidiano e li ho divisi in tre concetti. Il primo è il tempo che per me oggi è cambiato totalmente, sia nella sua visione che nella sua gestione. Mi sono resa conto di quanto fossi ancorata al passato. A partire dagli oggetti fino alla musica. É come se avessi avuto un click che mi ha fatto cambiare.

Queste due canzoni sono la fine di quel qualcosa e l’inizio del nuovo, questa è una memoria del futuro. Le parole delle due canzoni che ho scritto sono un mio viaggio con una connessione diretta nel subconscio. È come se io avessi già immaginato ciò che sta arrivando».

Le ispirazioni per creare la tua musica da dove vengono? Dal passato?

Joan Thiele: «Le figure che mi hanno influenzato di più sono Mina e Ornella Vanoni. Quest’ultima tantissimo. In particolare tutto il periodo prodotto con Toquinho, il loro disco è il capolavoro più bello del mondo. Ultimamente ho divorato un sacco di musica hollywoodiana; colonne sonore e composizioni di vario genere. Sono una mega fan di Devendra Banhart e Anderson.Paak è nella mia top».

Le tue radici sono sparse nel mondo, ma sei cresciuta in Italia. La tua musica, poi, ti ha riportato, come digital nomad, in giro per il mondo. Qual è il posto più bello dove sei stata a comporre un brano?

Joan Thiele: «Allora… in Colombia quando sono andata a trovare mio padre ho scritto molti pezzi di Tango. Lui vive sulle montagne in un luogo che si chiama Salento Armenia. Lì si coltiva il caffè. A livello di natura è incredibile: ci sono anche le palme più alte del mondo!

Questo luogo è rimasto impresso nella musica che ho scritto. Io lavoro molto per immagini. Molte volte visivamente assorbo uno stimolo che poi traduco in musica.

Viceversa, quando ascolto un brano mi capita, spesso, di immaginare che tipo di colori mi trasmetta una melodia. Inevitabilmente aver scritto quei brani ha creato una magia. Un altro luogo incredibile è su queste isole a Barù nei Caraibi, dove vivono i miei cugini. Lì è un sogno… dovrei ritornarci».

La tecnologia musicale oggi ci permette di registrare un brano ovunque siamo. Sei stata tra le prime a pubblicare un video suonando live, in esterno, in posti cool…

Joan Thiele: «Sì. Quello che consiglio sempre a chi si sta iniziando un percorso musicale è di essere indipendente.

Oggi ti basta una chitarra, un computer, un microfono e un programma come Logic o Ableton; dopodiché puoi buttare giù un’idea ovunque tu sia. Più l’idea è definita nella tua testa, più facile sarà affidarla a un produttore in studio di registrazione».

Ricordo un video sul tuo Instagram dove collegavi una tastiera midi controller che non veniva riconosciuta dal computer. Eri in un salotto e non hai perso la calma. Questo mi fa pensare che la tua musica sia con te in qualsiasi contesto.

Facendo un passo indietro, però, che legame c’è tra te e il cinema visto che il primo brano di questo Atto I si chiama proprio così?

Joan Thiele: «Io sono innamorata di Alfred Hitchcock. Per me sul piano narrativo utilizza il punto di vista come nessuno prima e nemmeno poi. La psicologia che utilizza, o il terrore che incute, trasforma i suoi film in una visione quasi pacata; è come se ingannasse la tua psiche. Il modo in cui racconta una storia attraverso le immagini mi ha sempre affascinato. La sua originalità la trovo meravigliosa. Il mio preferito è: Vertigo – La donna che visse due volte. É un capolavoro assoluto. Io lo trovo veramente moderno. Non voglio essere nostalgica, lo trovo davvero geniale».

Ce ne consigli uno per stasera?

Joan Thiele: «La ragazza con la pistola di Mario Monicelli con Monica Vitti. È incredibile. Tralasciando la colonna sonora, la storia è bellissima. Tratta di un donna illusa da un uomo che, dopo averla sedotta senza sposarla, scappa in Inghilterra. Lei affronta questo viaggio infinito dalla Sicilia degli anni ’60, dov’era stata ripudiata dalla società e dalla famiglia, per affrontarlo. Durante il film percepisci l’evoluzione della sua personalità che cambia lungo il viaggio verso la vendetta. Ve lo consiglio. Tra l’altro questo film è stato d’ispirazione per la copertina del mio singolo Puta».

Qual è il video più bello o quello più significativo che hai girato?

Joan Thiele: «L’ultimo che ho fatto. Quello di Puta mi ha molto soddisfatta. Anche Futuro Wow, ambientato nel cinema e super improvvisato mi piace particolarmente.

Il più emozionante è stato quello girato in Brasile, Save Me, perché lì ero ancora una ragazzina, con la mia migliore amica che faceva i video…

Tra l’altro Giada Bossi, oggi, è diventata super. É stato tutto organizzato in maniera molto libera, naturale, ma è andato tutto nel migliore dei modi. Adesso trovo più emozione nei video live che nei videoclip».

Ascoltando a occhi chiusi tre brani della tua discografia: dove ti portano? Ad esempio, Taxi Driver a me porta a New York, io mi sento lì quando l’ascolto…

Joan Thiele: «Quella l’ho scritta proprio a New York! Ero lì con un ragazzo newyorkese e l’abbiamo scritta insieme. L’abbiamo, poi, prodotta a Los Angeles. È nata proprio così, in maniera naturale.

Un brano importante per me è Le Vacanze. L’ho scritta un po’ a Londra e un po’ davanti al mare. Il mio viaggio quando l’ascolto è in Costiera Amalfitana, tra i tornanti e gli scorci di quel meraviglioso paesaggio. Puta invece mi porta in ogni angolo della Colombia».

Hai un piatto preferito che hai mangiato in giro per il mondo?

Joan Thiele: «Vado pazza per il ceviche. Nasce in Perù ed è un piatto a base di pesce o frutti di mare crudi. Si lasciano marinare nel lime, unito ad alcune spezie come il peperoncino e il coriandolo o, anche, in una semplice salsa all’olio.

È una sorta di street food peruviano influenzato dall’Asia. Ogni volta che vado a trovare i miei ai Caraibi passo da un camioncino che conoscono bene e lo mangio immediatamente.

Un altro piatto a cui penso sempre è la pannocchia arrostita con il formaggio».

Tempo fa c’era un programma su MTV che si chiamava Celebrity Deathmatch, in un incontro in prima serata chi affronteresti e con chi?

Joan Thiele: «Parteciperei con la mia amica Elodie! Contro… aspetta che è difficile… la versione più in forma di Patty Bravo e Ozzy Osbourne!».

Quali sono gli oggetti che non possono mancare nel tuo zaino durante un viaggio?

Joan Thiele: «Non deve mai mancare lo spazzolino, ce l’ho sempre dietro in qualsiasi momento della giornata. La mia trousse di salvataggio e poi il mio computer.

Il mio microfono non deve mai mancare, perché ovunque vada se ho bisogno di registrare devo poterlo fare. Infatti ora ne ho uno diretto con la USB. Prima giravo anche in Colombia con la scheda audio e non ero proprio comodissima. Infine non deve mai mancare un libro».

Che tipi di libri ti piacciono?

Joan Thiele: «Quelli di poesia, da quando li ho scoperti vado a ricercarli ovunque anche nei mercatini».

Il momento più brutto della tua carriera?

Joan Thiele: «Un artista ha alti e bassi. A qualsiasi livello si trovi. Questo tipo di lavoro ti porta in maniera naturale ad avere continui sbalzi d’umore. In questo ambito ci vuole tanta pazienza. Servono tanti sacrifici, ci sono tante varianti e variabili. Io ho avuto parecchi up & down sin dall’inizio. Guadagnavo 30 o 40 Euro a data e mi abbattevo perché è difficile emergere e farsi conoscere. A seminare, però, prima o poi si raccoglie e qualcosa accade. Un momento di crisi l’ho avuto nel 2018. Ho voluto cambiare un po’ di priorità nella mia vita ed è come se avessi dovuto ricominciare, non dico da zero ma quasi».

Il momento più bello della tua carriera?

Joan Thiele: «Io a cena con Ornella Vanoni insieme a Elodie. La cosa, però, più incredibile che mi è capitata è bere una tazza di tè insieme a David Crosby».

Non ci credo!

Joan Thiele: «Ti spiego, quando ero più piccola avevo partecipato a questo festival a Sarzana, l’Acoustic Guitar Meeting. Non si direbbe ma io sono una grandissima appassionata di fingerpicking guitar, l’arpeggio… Qui conobbi questo ragazzo, Marcus, che mi disse: – Io suono con Crosby. Inizialmente non gli ho creduto. Un paio di anni fa, però, mi scrisse un messaggio dicendomi che era a Milano e che aveva una sorpresa per me. Andammo al Teatro degli Arcimboldi e mi ritrovai a bere il tè nel camerino con Crosby. Sono rimasta senza parole. Non ci stavo credendo, anche perché io in queste situazioni divento fan, quindi ero in imbarazzo. Rimarrà un momento meraviglioso».

Arriva Doc di Ritorno Al Futuro. Ti consegna le chiavi delle DeLorean: dove e in che epoca andresti?

Joan Thiele: «Andrei a Woodstock! É da quando sono ragazzina che sogno di poter rivivere quei concerti e quell’atmosfera.

Farei qualche oretta lì e poi andrei nel futuro per dare una sbirciatina.

Mi fermerei prima di arrivarci, però. Tornerei al presente. Non credo di voler conoscere in anticipo il mio futuro».

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