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Filosofia e tecnologia: una reale contaminazione for a better world

By Tommaso Lavizzari
8 min read

Abbinare filosofia e tecnologia non è semplice. Ci vuole un po’ di voglia di azzardo e rischio per andare oltre l’ordinario e le proprie certezze. É l’unico modo per poter applicare modelli e framework concettuali alla materia tecnica, stimolando prospettive e approcci nuovi ai problemi in cerca di soluzioni sorprendenti. Discipline STEM, saperi umanistici e visioni planetarie, insieme For a better world.

Cosimo Accoto è filosofo di formazione e saggista, culture innovation advisor, research affiliate e fellow al MIT di Boston. È anche autore dei volumi Il mondo dato e Il mondo ex machina. La sua attuale ricerca tecno-culturale si focalizza su filosofia del software, scienza dei dati, intelligenza artificiale, logica delle piattaforme e tecnologia della blockchain. Ha maturato il suo percorso professionale nella consulenza strategica di management e nell’industria dei dati e delle piattaforme analitiche. Ha pubblicato articoli apparsi, tra l’altro, su Economia & Management (SDA Bocconi), Harvard Business Review ItaliaNova24 Il Sole24Ore. È stato relatore in diversi forum e convegni (TEHA Ambrosetti, Aspen Institute Italia, HBR Italia).

Qual è stato il suo percorso di studi?

Durante il Liceo Classico è nata la passione per le discipline filosofiche; all’Università la scelta è stata, quindi, naturale con l’iscrizione alla facoltà di Filosofia. C’è stata una piccola incursione fuori facoltà, a Economia, durante gli anni universitari, per studiare e sostenere gli esami di economia politica e geografia economica. Sono stato poi selezionato per il corso di perfezionamento presso il Centro per la Cultura d’Impresa, cui è seguita la formazione applicata in azienda; che ho svolto in Pirelli. Era il primo corso pensato per umanisti che dovevano entrare in azienda in ruoli di marketing strategico; visual branding e comunicazione corporate per la valorizzazione del patrimonio culturale d’impresa.

Durante il suo percorso accademico, che potremmo definire un po’ indisciiplinato, si parlava già di big data, machine learning, I.A.?

A Filosofia direi proprio di no. Anche se devo riconoscere, col senno di poi, che c’erano alcune verticalità disciplinari che hanno affinità e rilevanza sui temi. Mi sono tornate molto utili in seguito. Mi riferisco, ad esempio, agli esami di logica, a quelli di filosofia del linguaggio o ancora a quelli di epistemologia. Oltre che, più in generale, alla complessità del pensare.

L’incontro con i dati è avvenuto successivamente, in ambito lavorativo e aziendale, primariamente dopo la laurea. Il mio percorso manageriale è maturato infatti nella data industry, in particolare nell’audience measurement e media ratings. Molte analisi quantitative, dati campionari, statistica classicamente intesa sui media.  Con l’arrivo del digitale anche e soprattutto web analytics (così si chiamava all’origine, oggi digital analytics, N.d.R.) quindi con dati censuari e misurazione dei siti web. In seguito, mobile e social media analytics per arrivare ai progetti come consulente di trasformazione strategica, digitale e culturale, delle imprese a partire dai dati.

Oggi non è infrequente il passaggio dalla facoltà di filosofia alle aziende, ma la sua storia ci sembra molto peculiare. Com’è stato il suo approccio al mondo del lavoro?

Arrivando da filosofia all’impresa in ruoli di sviluppo business, ho dovuto imparare lavorando poiché molte delle attività erano per me totalmente nuove. Ero senza esperienza e senza conoscenza, direi. Un po’ come accade oggi: emergono discipline e pratiche d’impresa per cui non siamo stati educati a scuola né nelle business school. Quindi grande impegno e grande umiltà per studiare il nuovo, di notte, e praticarlo nel quotidiano, di giorno. Per me è stato fondamentale un’attitudine all’auto-attivazione e al self-learning, anche grazie al supporto dei colleghi più maturi.

Ho recuperato in autonomia la conoscenza di materie all’epoca nuove come web analytics grazie ai libri che facevo arrivare dagli Stati Uniti. Questo ha anche stimolato la scrittura del mio primo libro su temi, all’epoca di frontiera, come, appunto, la web analytics e le tecniche di misurazione del traffico internet. É stato l’inizio anche della collaborazione con Università e business school su temi come: marketing analytics e customer intelligence.

Come sono le condizioni del mercato del lavoro, oggi, nel settore big data, machine learning, A.I.?

Tutto l’ambito dei dati e degli algoritmi di apprendimento automatico e profondo è un settore in fortissima crescita. Erano già rilevanti prima, i dati sono centrali ancor di più oggi. Considerato che sono la fonte di addestramento di reti neurali artificiali e algoritmi di machine learning. Ogni futura A.I. factory dentro l’impresa necessita di talenti in grado di coprire lo spettro: dalla data collection, alla data intelligence, alla data monetization; e, sempre più in prospettiva, con l’arrivo delle Smart City, dell’internet delle cose, dell’automazione avanzata, della computazione quantistica e molto altro.

Rispetto a qualche anno fa, mi sembra che sia cresciuta l’offerta formativa universitaria, post-universitaria e professionale. Le aziende si muovono sempre più per individuare e attrarre talenti. Forse manca ancora una cultura diffusa e strategica del dato in azienda, al di là dei singoli data scientists e data engineers. Credo manchi ancora la consapevolezza piena di C-level e top management sul vantaggio competitivo data-driven; più in generale, al valore dei beni intangibili come conoscenza, dati, software, servizi e così via.

Affiancare profili STEM a profili di formazione umanistica, quindi, che vantaggi può portare a un team di lavoro?

È fondamentale per affrontare problemi complessi – come sono quelli con cui ci confrontiamo – con approcci metodologici, strumenti concettuali e pratiche operative differenti e arricchenti (antropologia, psicologia, sociologia, storia, legge, economia, arte e così via). Al tempo stesso, però, devo anche sollecitare gli umanisti a non rimanere chiusi nelle loro discipline; a interessarsi e studiare culturalmente coding, dati, algoritmi, protocolli e tutta la materia tecnologica presente e prossima. Non deve essere un semplice affiancamento, ma una reale contaminazione.

Per questo ho introdotto nei miei libri recenti (Il mondo dato, Il mondo ex machina) nuove prospettive: il coding e la software theory; la filosofia della blockchain; la cultura del dato; la decostruzione nella cybersecurity; la riflessione su filologia e crittografia; l’archeologia del machine e del deep learning; robotica e teoria della macchina e così via. Se le celebrazioni del cinquecentenario di Leonardo da Vinci hanno un senso, deve essere il recupero del suo insegnamento profondo sull’intreccio tra scienza e arte.

L’interdisciplinarità, oggi, è un aspetto sempre più importante: come si applicano le proprie competenze fuori dalla propria comfort zone?

A parole è semplice, nei fatti difficile e faticoso. La contaminazione di cui parlavo è frutto di tempo, energia, desiderio di navigare dentro mari sconosciuti e particolarmente complessi. L’ho provato sulla mia pelle durante il periodo di ricerca affiliata al MIT di Boston, dove sono andato per l’esplorazione necessaria ai miei libri e per aggiornare le mie competenze professionali.

Incrociare e contaminare filosofia e tecnica all’interno degli algoritmi di apprendimento profondo delle reti neurali artificiali; dentro le simulazioni del collasso della funzione d’onda della computazione quantistica; dentro primitive crittografiche, hashing e zero-knowledge proof delle reti distribuite blockchain-like, non è stato semplice. Tutt’altro. Ci vuole un po’ di voglia di azzardo e rischio per andare oltre l’ordinario e le proprie certezze. É l’unico modo per poter applicare modelli e framework concettuali alla materia tecnica, stimolando prospettive e approcci nuovi ai problemi in cerca di soluzioni sorprendenti. E anche per integrare le dimensioni etiche dentro lo sviluppo tecnologico perché sia sostenibile e inclusivo.

Che aspetti positivi può portare un hackathon dal punto di vista professionale ed esperienziale?

È l’occasione di incontrare talenti, discipline e criticità insolite; di lavorare in team su un obiettivo comune, sfidante; capire come partendo da un’idea si può progettare un primo prototipo; di farsi notare da parte di aziende e recruiter e avviare un primo dialogo; divertirsi col giusto carico di pressione e stress competitivo; imparare a presentare a platee di investitori la propria idea e soluzione; creare e allargare la propria rete di contatti per futuri progetti e così via.

Direi che li apprezza particolarmente.

Ne ho visti e partecipati molti, con l’occasione di questa esperienza a Boston e in particolare dentro il Media Lab del MIT. Non esagero nel dire che quasi ogni settimana si svolgevano hackathon affollatissimi dedicati a temi diversi: il business dello spazio extraterrestre; la realtà virtuale e aumentata; smart contracts e swarm robotics; genomica e I.A. con centinaia di partecipanti, mentor e professionisti a supporto, aziende che avevano, durante l’evento, anche uno spazio espositivo e momenti di colloquio con giovani talenti, coder e data scientists. Una grande energia e montagne di scatoloni di pizza e birra.

Vista la situazione attuale, purtroppo, Hack@MI e STEMinTheCity 2020 avranno meno pizza e birra ma svilupperanno energia totalmente in digitale. Stem, Smart City e Sustanaibility: che relazioni vede tra queste tre dimensioni del nostro hackathon?

Dovremo interpretare e progettare le città del futuro come piattaforme. Piattaforma non è da intendere solo come un’architettura informatica, ma come un modo totalmente nuovo di organizzare e orchestrare interazioni e transazioni umane e non umane sostenibili; sia da un punto di vista antropico che planetario.

Le città-piattaforma saranno ecologie sostenibili di co-creazione di valore e avranno come pilastri smart: il dato, il digitale, gli algoritmi, i protocolli, il sintetico, il quantistico. Nuovi protocolli di comunicazione digitale, nuove reti decentralizzate e intelligenti, nuovi materiali biotecnici prodotti geneticamente e quantisticamente, nuovi agenti e macchine autonome anche in forma tribale di robotica a sciami o swarm robotics. Questa ultra-socialità allargata e aumentata potrà e dovrà essere costruita a beneficio di tutte e tutti, se sapremo guidare lo sviluppo con un orientamento fondativo alla sostenibilità. Dunque, discipline STEM, saperi umanistici e visioni planetarie insieme For a better world, come dice il motto del MIT.  

Written by
Tommaso Lavizzari
Tommaso Lavizzari. Giornalista freelance, autore e content creator. É stato direttore di Sport Tribune e Soccer Illustrated. Si occupa di sport e lifestyle per vari magazine, quotidiani, radio e tv. Crea contenuti editoriali per diversi brand e aziende. Ha pubblicato con Francesco Aldo Fiorentino "SURF. Un mercoledì da leoni 40 anni dopo" per Mondadori Electa.
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