SHARE
Stories - Entertainment

Hollywood: una serie controversa

By Sara Stefanovic
1.3K views
5 min read

Accolta con perplessità dalla critica, Hollywood, la nuova serie TV di Netflix diretta da Ryan Murphy e Ian Brennan, agli occhi di molti risulta un disastro totale. Lo è veramente? Dipende da cosa ci si aspettava.

Una serie che altera la realtà ed è potenzialmente pericolosa.

New York Post

La serie, uscita il 1° maggio, è entrata presto nella lista delle più viste del mese sia in Italia che a livello internazionale. Molti l’hanno vista perchè affascinati dal mondo di Hollywood degli anni 40-50′, spesso definiti gli anni d’oro del cinema. Altri, invece, si sono avvicinati alla serie in quanto fan di Ryan Murphy. Il regista, infatti, nel corso degli anni è riuscitoa crearsi un suo pubblico, quasi una setta, ben definito. Da American Horror Story, passando per Scream Queens, fino ad arrivare ad American Crime Story il suo tocco macabro, poco politicamente corretto e sessualmente controverso è riuscito a catturare il cuore di moltissimi telespettatori.

Il cast di Hollywood

Sin dal primo episodio della serie ci sentiamo a casa, ritrovando attori feticcio del regista come Dylan McDermott, nei panni di Ernie West, proprietario di una stazione di servizio (che offre vari tipi di servizi) e Darren Criss (ho ancora i brividi dopo la sua performance in American Crime Story). Ma incontriamo anche volti nuovi e freschi come quello dei tre protagonisti: David Corenswet (Jack Castello), Jacke Picking (Rock Hudson) e Jeremy Pope (Archie Coleman). Oltre che volti conosciuti come quello di Patty LuPone nelle ricche vesti di Avis Amberg e quello di Jim Parsons interprete di Henry Willson.

Un cast estremamente interessante, che ha comunque destato delle perplessità. In molti si sono trovati a dover fare i conti con il fatto che Jim Parsons non sia più Sheldon Cooper, ma che interpreti un personaggio meschino e approfittatore. Però, per quanto sia difficile superare l’abitudine, è doveroso ammettere che il suo sia uno dei personaggi più riusciti. Complice lo straniamento di ritrovarselo in un contesto completamente diverso, togliergli gli occhi di dosso è davvero difficile.

Come è anche difficile togliere gli occhi di dosso da Samara Weaving, interprete di Claire Wood (dai più maligni additata come una Emma Roberts di serie B), e da Laura Harrier, la cotta dell’amichevole Spiderman di quartiere (ecco dove l’avevate già vista). Le due giovani bucano lo schermo e risultano essere molto promettenti.

La narrazione di Hollywood

Gli intenti della serie sono chiari dalle prime due puntate: la volontà di mostrare il lato oscuro di Hollywood, l’essenza esclusiva di quella macchina che, nel vero senso della parola, escludeva il diverso. Questo lo si vede nell’esclusione degli attori e sceneggiatori di colore (con più di un riferimento alla situazione del Sud) e degli omosessuali, costretti a occultare in tutti i modi il loro modo di essere. L’obiettivo dei protagonisti, un regista di origini filippine e uno sceneggiatore omosessuale e afro-americano, di varcare le porte degli Studios per realizzare il loro primo film in quel contesto era, chiaramente, un’utopia.

L’omosessualità dei protagonisti viene esasperata con scene molto esplicite, ma paritarie: non solo nudo femminile! Le donne, anzi, sembrano indossare i pantaloni in questa trama che capovolge le regole del gender. C’è chi afferma che siano sempre state le donne a comandare… In questo caso, però, parlando di cinema siamo abituati a pensare alle donne che scendono a compromessi per ottenere delle parti. Questa fiction cambia il modo di vedere le cose, qui sono gli uomini a scendere a compromessi, senza alcuno scrupolo, così come si intende dalla sigla, per scalare la scritta Hollywoodiana.

Cosa è vero di tutto ciò?

Questa è una delle perplessità fondamentali. Murphy, si sa, spesso prende spunto dalla realtà per poi piegarla a proprio piacimento, infatti se siete alla ricerca di un documentario non vi conviene perdere altro tempo. Innanzitutto, gli Ace Studios, dove tutta la vicenda si svolge, non esistono, sono un mash-up della Metro-Goldwyn-Meyers e degli Universal Studios. In secondo luogo, la stazione di servizio, che è più un centro per l’impiego di gigolò non è mai esistita.

Tuttavia, l’ispirazione ha radici nella realtà. In primo luogo troviamo il personaggio del ‘Pimp‘, Ernie West. La sua figura è chiaramente ispirata a Scotty Bowers, ex marine e gigolò, che avrebbe spiattellato, attraverso la pubblicazione di un libro, tutte le vicende scabrose legate ai suoi clienti più famosi.

La verità la ritroviamo anche nella storia di Peg, protagonista dello script scritto da Archie Coleman, morta suicida (lanciandosi dalla famosa scritta ‘Hollywood’) a soli 24 anni dopo il rifiuto da parte di quel mondo che tanto sognava. Veri anche l’ardore di Eleonore Roosevelt nella lotta contro il razzismo del Sud, il personaggio di Hattie McDaniel (prima donna afro-americana a vincere un Oscar) e la storia di Anna May Wong.

L’attrice asiatica soffrì particolarmente a causa della discriminazione razziale hollywoodiana che la relegava all’eterno ruolo di Gheisha. L’aneddoto che viene raccontato in un episodio, ovvero che non venne scelta nemmeno per interpretare una cinese in un film ambientato in Cina è assolutamente vero. Al suo posto venne scelta l’attrice tedesca Luise Rainer che si dovette truccare in modo da sembrare asiatica.

Le perplessità

Le perplessità della critica sono legate alla scarsa morale che caratterizza la serie e, soprattutto, a un autogol che solamente gli occhi più attenti sono stati in grado di captare. Per quanto riguarda la morale, tutti gli scandali, gli incontri scabrosi, la prostituzione vengono visti come un mezzo per raggiungere un fine ultimo e quindi, infondo, perdonati con un’alzata di spalle. Il filtro MeToo plagia il nostro senso critico e ci troviamo di fronte al concetto: “un film può cambiare il mondo” che è chiaramente irrealistico. Tuttavia parliamo di finzione.

Ciò che in pochi sanno, probabilmente nemmeno il regista ne era a conoscenza, è che l’anno in cui è ambientata la serie, il 1947, fu particolarmente rilevante dal punto di vista dei diritti. Quell’anno, infatti, a vincere il premio oscar come miglior film fu Gentleman’s Agreement (Barriera Invisibile), film che denunciava l’antisemitismo dilagante in quel periodo. Alla luce di questa nozione sembrerebbe che, per tirare la coperta verso i diritti degli omosessuali e degli afro-americani, abbiano lasciato scoperti gli ebrei.

1.3K views 5 min read

Posts correlati dnl

Questo sito utilizza cookies al fine di personalizzare la tua navigazione, raccogliere le tue preferenze e mostrare annunci personalizzati. Cliccando sul tasto “Ok” e proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookies come specificato nell’ informativa privacy

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi