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Instagram, micro guida consapevole all’algoritmo

By Stefano Russo
4 min read

Il CEO di Instagram Adam Mosseri ha recentemente pubblicato un articolo sul blog della società che ha generato molta attenzione. L’intento dell’articolo è (apparentemente, ma ci arriveremo dopo) quello di dare una prima spiegazione, molto superficiale, su come funzionano i famigerati algoritmi. Esistono migliaia di articoli sull’argomento, pubblicati con più o meno cognizione di causa negli ultimi 6 o 7 anni, ma in questo caso si tratta del primo ad essere diffuso in modo ufficiale dai diretti interessati.

In modo piuttosto elementare, il pezzo cerca di dare un senso al perché vediamo determinati contenuti piuttosto che altri. Spiega come viene definito l’ordine in cui li vediamo e quali sono le differenze tra queste dinamiche in base ai vari luoghi all’interno dell’app (feed, stories, esplora, reels). Fondamentalmente, un pezzo già abbastanza semplice di suo, che però può essere riassunto in tre concetti di poche righe ciascuno.

Primo concetto: incrociamo i dati dei post (chi posta, cosa, da dove ecc..) con quelli delle tue interazioni (like, commenti, salvataggi, condivisioni) e ti mostriamo sempre di più contenuti in linea con quello che normalmente ti interessa quando sei su Instagram.

Secondo concetto: nel feed e nelle stories diamo precedenza ai tuoi contatti più stretti e ai profili che già segui, nella tab esplora e nei reels ti mostriamo principalmente contenuti di profili che non segui ma sono in linea con le tue interazioni.

Terzo concetto: se blocchiamo o limitiamo dei contenuti, tuoi o di altri, è per la tua sicurezza, ma ci impegneremo per fornirti spiegazioni più dettagliate nel caso dovessimo bloccartene uno. 

Vi spieghiamo come funziona Instagram

La risonanza dell’articolo è stata chiaramente molto ampia e trasversale. Ma andando oltre il “vi spieghiamo come funziona Instagram”, che è un messaggio quantomeno furbo, ci sono alcune considerazioni che vale la pena fare. Sicuramente per alcune categorie di utenti l’argomento può essere interessante, ma il livello di approfondimento in questo caso specifico è pressoché nullo. Vale a dire che, dal geek all’azienda, dai wannabe influencer ai professionisti del settore, il valore aggiunto concreto è in ogni caso pari a zero.

Questo perché qualunque social media manager o appassionato del mondo digitale già sapeva queste cose. Allo stesso modo, aziende e creator in cerca di segreti per crescere e monetizzare attraverso la piattaforma si sono ritrovati per l’ennesima volta senza una ricetta magica per guadagnare follower (spoiler: non esiste).

instagram

La guerra dei Big Tech

Perché quindi un colosso come Instagram, che equivale a dire Facebook, si prenderebbe il disturbo di scomodare un pezzo grosso per diffondere informazioni che risultano essere di poco valore? Per generare rumore mediatico, verrebbe da pensare di primo acchito, ma converrete sul fatto che decisamente non ne abbiano bisogno in termini di presenza a fini promozionali.

Per una questione di immagine, quindi. Visto che tutto il mondo Big Tech è sempre più sotto molteplici lenti di ingrandimento e ha bisogno che i suoi milioni di utilizzatori si schierino dalla sua parte qualora fosse necessario. Ma proprio a proposito di Big Tech, è difficile non pensare che la pubblicazione di un articolo del genere (primo di una serie, addirittura), avvenuta poco dopo la tanto chiacchierata scelta di Apple di dare una decisa stretta alle possibilità di tracciamento degli utenti, non sia casuale.

Si perché, nel caso non foste aggiornati, tra Cupertino e Mountain View è ormai guerra aperta sul fronte privacy. Se avete un iPhone, avrete sicuramente notato le recenti notifiche che chiedono il consenso per il tracciamento dei dati. Attività, questa, che permette a milioni di inserzionisti in tutto il mondo di bersagliarvi con le loro ads in modo chirurgico. E per un’azienda la cui quasi totalità dei (faraonici) guadagni deriva dall’advertising, questo è un problema potenzialmente letale.

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Una questione di consapevolezza

Quello che l’articolo non dice, è che tutta questa storia dell’algoritmo non è altro che il modo che Facebook e Instagram hanno per tenerci incollati alle loro app per il maggior tempo possibile. Più tempo, per loro, equivale a più ads visualizzate e quindi più soldi guadagnati. E la merce di scambio è la nostra attenzione. Quello che l’articolo mira a ottenere, mi viene quindi da pensare, è una sensazione di onestà e trasparenza. Sensazione che, seppur nel suo essere quasi totalmente fittizia, vada a contrastare la percezione di violazione della privacy che la campagna mediatica di Apple sta causando. 

Intendiamoci: non affermo questo con l’intento di demonizzare il modello di business e l’etica che ci sta dietro, anche perché non è niente di nuovo. I media tradizionali fanno la stessa cosa da decenni, con l’unica differenza di non fare leva su alcune debolezze intrinseche dell’essere umano. Ma solo perché attraverso carta stampata, radio e tv non è mai stato possibile. Non su così larga scala, almeno.

Affermo questo perché credo che, in qualsiasi frangente, la consapevolezza sia un elemento irrinunciabile per la libertà di pensiero e azione. Ho sempre pensato che i social media non siano il male, ma semplicemente uno strumento. Come per un martello o una penna, la differenza la fanno le persone che li usano e come li usano. E, come con il martello e la penna, a non essere consapevoli di ciò che si fa, a volte si rischia di farsi male.

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