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Marco Acerbi: il nomade performer

By Monica Camozzi
5 min read

Ha fatto spettacoli in tutto il pianeta. Ha lavorato con artisti di Cirque du Soleil. Un vero nomade performer abita se stesso

Nella Pasqua del 1992 Marco Acerbi era su una spiaggia della costa Smeralda, a siglare il suo primo contratto con un Powerbook 170, iniziando un’attività di entertainment che lo avrebbe portato lontano. Milano lo ha catturato per due anni e poi mai più. La sua vita è nomade come nomade è lui di forma mentis. Diplomato in visual communication, un corso di PR allo Iulm, ballerino, attore, performer dal vivo. La sua vita si è incanalata naturalmente verso le arti visive e lo spettacolo, in un’osmosi che fonde business e passione. Ha creato Cirque of Life, il suo “ufficio” è il mondo. Un nomade performer a pieno titolo.

Nomade performer ballerino attore…la lista non finisce più. Quando ti sei accorto che la tua vita era lo spettacolo?

Dal principio, la passione era per il cinema e le arti visive. Mentre facevo lo IULM studiavo canto, danza, recitazione. Lì, ballando, sono incappato nelle televisioni e ho lavorato come ballerino. Facevo pubblicità, poi ho iniziato con spettacoli dal vivo. Alla fine, tutto si è unito naturalmente: la mia vocazione allo spettacolo, le pr, gli eventi. Ho capito che essere nomade davvero era la cosa più motivante, oltre a essere un performer.

L’archetipo del computer in spiaggia quindi ce lo confermi?

Si era il ’92, allora quasi nessuno faceva il nomade digitale! Allora facevo il ballerino guadagnavo bene, invece di comprarmi una macchina sportiva ho aperto una società, comprato il primo Powerbook 170 e un Microtac Motorola e ho siglato il mio primo contratto di consulenza da una spiaggia. Lo confermo! Ero l’unica persona in spiaggia. E quello era l’inizio di vita nomade che mi consentiva di essere libero e arrivare agli estremi. Pur continuando a fare il performer. La mia tana era Milano mi sono fatto “traviare” per un paio d’anni andando in ufficio poi non ho più retto. Sono andato in Svizzera  a studiare all’International School of Shiatsu, nelle Alpi Bernesi, in quella che chiamano la valle dell’energia.

Anche lo shiatsu, la lista si allunga. Nomade performer e maestro esoterico? Human e digital si possono fondere?

Ovviamente si! Ricordo quando per un calendario in tiratura limitata abbiamo realizzato un servizio fotografico nel Topkapi, con le ballerine in tutine da danza. Ci buttarono fuori tutti, era stato un azzardo. Si trattava del palazzo reale in un paese musulmano…O ancora quando nel 2005 ho fatto la regia di un evento al Grimaldi Forum per il figlio di Gheddafi, che aveva una passione per il calcio e voleva celebrare la candidatura della Libia al campionato del mondo, che poi vennero affidati al Sud Africa. Io ero nomade dentro, performer lo sono per natura solo che l’ho traslato in un concetto di entertainment sui generis.

Hai lavorato con gli artisti di Cirque du Soleil?

Si trattava di un evento per cui non avevo limiti e costrizioni. Potevo scegliere i migliori artisti al mondo.  E l’occhio mi cadde su una straordinaria artista, star del Lido di Parigi, trapezista. Volevo affiancarle un altro performer di prim’ordine, si tratta del più grande giocoliere al mondo, il protagonista di Dralion. Uno dei primi spettacoli di Cirque du Soleil. Erano fidanzati ma non avevano mai lavorato insieme.  Grazie a quell’incontro ero entrato in contatto con il Gotha degli artisti. Chi è nomade come me può comprendere l’emozione di un evento di questo tipo: mi sono specializzato e ho continuato a lavorare su quel livello.

Il Nomade è costantemente presente, vive in sé. Vive la propria condizione di essere umano indipendentemente dal contesto. Si apre a quello che proverà ma mantiene il suo suolo che è la propria persona.

Marco Acerbi

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Tua moglie era una verticalista. Nomade performer anche lei?

Si era una nomade performer anche lei, il nostro matrimonio è durato dieci anni. L’ho conosciuta al festival del circo di Parigi e ci siamo subito riconosciuti. Le sue specialità erano il verticalismo e l’aerialismo. Ho fatto il suo direttore artistico e abbiamo creato un caso internazionale. Si trattava della prima volta in cui un’artista di quel tipo acquisiva notorietà anche fuori dal mondo del circo. Avevamo creato un nuovo genere, si chiamava Physical Poetry. Lei è canadese, quindi vivevo a metà fra il Canada e l’Italia. Sempre nomade. Era ed è uno stato dell’anima.

Su cosa stai lavorando ora?

Io mi organizzo con un team di persone ubicato nel mondo: Usa, Germania, Canada in primis. Ho collaboratori a Dubai, a Portland c’è un personaggio straordinario con cui lavoro. Ho fatto con lui due lanci mondiali, per Porsche, la 911 e la Panamera. La mia vita è così, nomade in senso di apertura mentale non solo di spostamento fisico. Quando fai il performer e usi performer per lavoro gli incontri sono sempre interessanti. Fra le persone che seguo c’è Sandro Cerino, jazzista che scrive, dirige, compone per orchestre sinfoniche, la sua casa a Gaggiano si sviluppa intorno alla grande matita Staedtler che sta nel mezzo. La prima volta che andai a lavorare a Hong Kong portai le Quattro Stagioni riscritte da lui in versione jazz.

Marco Acerbi con le Parrot Zik 2.0 disegnate da Philippe Starck

Come vive questa chiusura un nomade performer?

Male! Vivo malissimo perché sono abituato a stare quasi sempre fuori. Qualche settimana fa mi hanno chiamato da Mosca, per l’evento opening di un Wine Park nel sud della Russia. Uno spettacolo scenografico, immenso, che doveva tenersi a fine ottobre ma che ovviamente non è stato possibile compiere. Ho sempre le mie fedeli cuffie Noise Reduction Bose, che mi porto ogni volta in viaggio ma che adesso uso a casa. Rigorosamente ultimo modello top di gamma, adesso sono le Bose NC700.

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