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Marco Aurelio Fontana: «È partito tutto come un gioco»

By Sara Stefanovic
6 min read

Per Marco Aurelio Fontana è partito tutto come un gioco. Un gioco che lo ha portato a diventare un atleta olimpico…

Marco Aurelio nasce nel milanese nell’84, e si distingue in tre sport complementari sebbene molto diversi nel concept: ciclismo, mountain biking e ciclocross, diventando il primo italiano a vincere una medaglia olimpica per la mountain bike in campo maschile. Poi, però, si innamora dell’e-Bike, conquistando anche il panorama di questo neonato sport agonistico. Oggi, sport a parte, la vita lo ha portato a diventare ambasciatore di Le Coq Sportif e creatore di contenuti multimediali, mostrando al mondo che non si finisce mai di reinventarsi.

Abbiamo deciso di chiamarlo per fargli qualche domanda sulla sua vita, sulle rinunce di uno sportivo e sul concetto di sport tra vita e passione.

Come è nata la tua passione? Quando hai capito che questo sarebbe stato quello che avresti fatto nella vita?

Marco Aurelio Fontana: «Come tutti i bambini un po’ giocavo a pallone, un po’ andavo in bicicletta. Tutto è partito come un gioco, sono sempre stato un amante degli sport, tant’è che a tre anni ricevetti la mia prima moto, è stato bello. Verso i 10 anni mi sono ritrovato a praticare tre discipline contemporaneamente: karate, calcio e ciclismo. Poi a 11 anni mi sono messo più seriamente sulla bicicletta, iniziano a partecipare a delle gare… Sicuramente la mia passione per la bici mi è stata in parte trasmessa da mio padre, anche lui era appassionato.

Il momento chiave, diciamo, è avvenuto nel 2005, se non ricordo male, quando si tennero i mondiali di mountain bike a Livigno. Mi ritrovai a correre nella categoria under 23 in una competizione ostica. Io arrivavo da un concetto di bicicletta abbastanza ludico, non amavo la fatica della salita, preferivo le discese (ride). Grazie all’allenamento, ho comunque avuto la fortuna di partecipare a quel mondiale, arrivando undicesimo. In quel momento capii che, con impegno e costanza, avrei potuto avere un futuro nello sport. Ero riuscito ad ottenere un buon risultato nonostante le difficoltà».

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Come hai fatto a conciliare la scuola con lo sport? Sei riuscito a portare a termine il tuo percorso di studi?

Marco Aurelio Fontana: «Diciamo che il momento più difficile in questo senso, l’ho vissuto dai 18 ai 20 anni. Quegli anni sono complicati in generale, per chiunque, però riuscii a diplomarmi come geometra e a non rinunciare completamente a vivermi la mia età. A 20 anni lo sport richiede di essere professionisti al 100%, il talento non è più sufficiente, c’è bisogno di disciplina e serietà.

Dopo il diploma mi iscrissi all’università, al corso di geologia, però purtroppo a 8 esami dalla laurea non riuscii a finire. Non era una questione di tempo, alcuni dei miei amici sono riusciti a far convivere università e agonismo… Il mio problema è che tendo a mettere la testa al massimo in una cosa, quindi o la mettevo nelle due ruote o nello studio. Comunque, penso che non fosse nemmeno la mia strada, se potessi tornare indietro vorrei studiare lingue o filosofia. Mi ha sempre affascinato viaggiare e approfondire».

Hai dovuto rinunciare a qualcosa quando eri un ragazzo?

Marco Aurelio Fontana: «Mi sono sempre sforzato di trovare il lato divertente della bici, anche se gli allenamenti erano molto duri. La rinuncia come concetto abita maggiormente negli occhi delle persone esterne, che non praticano sport a un alto livello. Ci sono tante cose che, chi non conduce quel tipo di vita non riesce a vedere. La verità è che, sicuramente, ci sono stati momenti in cui ho dovuto rinunciare a delle cose, i miei compagni di classe mi prendevano un po’ in giro perchè non andavo mai alle feste con loro… Però ad oggi mi rispettano per la mia dedizione che ha portato a dei risultati importanti.

Un aneddoto divertente. A 18 anni avevo prenotato le vacanze estive con i miei amici a Riccione, solo che poco prima di partire vinsi il campionato italiano di bici e mi convocarono a partecipare al campionato del mondo. Rinunciai alle vacanze per andare al mondiale».

Poi hai incontrato il mondo dell’e-Bike, che differenze ci sono?

Marco Aurelio Fontana: «Pedalare con l’e-Bike è più facile in quanto dotata della pedalata assistita, e questo aiuta soprattutto in salita. La bicicletta elettrica ha portato tante persone ad approcciarsi a questo mondo, persone che prima vedevano la fatica di questo sport insormontabile… Comunque utilizzarla a livello agonistico non è particolarmente più agevole. I percorsi sono tortuosi, l’e-Bike in salita ti apre le porte verso altri sentieri, zone di mondo diverse. Prima non avevo molta scelta a livello di strade da percorrere, oggi posso salire per vie traverse».

Come ti sei sentito a essere il primo a ottenere un riconoscimento in questo sport così nuovo?

Marco Aurelio Fontana: «Fare qualcosa prima degli altri ha sempre i suoi pro e i suoi contro. Io ero abbastanza sicuro del fatto che il mondo delle due ruote si sarebbe aperto anche a questo sport. Ci ho creduto molto, e dopo due anni e mezzo vedo che le e-Bike stanno spopolando. Ovviamente ad oggi il mondo delle gare delle bici elettriche non è allo stesso livello di quelle tradizionali. Non so se in futuro le e-Bike si imporranno come sostitute delle altre biciclette, sicuramente hanno messo a dura prova il mondo delle bici da enduro.

Molte località turistiche, inoltre, le stanno adottando come sport alternativi allo sci e allo snowboard, soprattutto durante la bassa stagione. Si tratta di un’ottima alternativa agli sport invernali classici».

Che rapporto hai con il viaggio?

Marco Aurelio Fontana: «Ho sempre amato viaggiare, mi è sempre piaciuto fare la valigia, trovo sia un’azione incentivante. Fare la valigia mi ha sempre dato la carica. Chiaramente viaggiare come atleta e viaggiare come creatore di contenuti sono due esperienze molto diverse. Il viaggio dello sportivo è un momento di sforzo fisico, di allenamento, non di riposo. Il viaggio ora lo assaporo molto di più, ho il tempo di godermi il soggiorno e imparare cose nuove legate alla cultura dei posti visitati. Viaggiare è un privilegio e una fortuna».

Cosa non può mancare nella tua valigia?

Marco Aurelio Fontana: «Il costume da bagno. L’ho sempre portato con me, anche durante le trasferte. Il mio allenatore me lo fece notare una volta, si chiese come mai lo portassi sempre con me. Lo facevo (e lo faccio ancora) perchè era un modo inconscio di vivere la dimensione sportiva con leggerezza, per quanto fosse un lavoro vero e proprio. Anche se lo fai come lavoro, lo sport rimane legato al benessere psicofisico».

Oggi come è cambiata la tua vita?

Marco Aurelio Fontana: «Studio tanto, disegno tantissimo, cerco di essere il più unico possibile. La vita la gestisco normalmente, anche perché in genere lavoro dal computer. Non mi costa fatica stare al computer, perché a mezzogiorno esco sempre in bici. Lo farò sempre, è una cosa che mi piace e mi fa stare bene. Creare contenuti non è un lavoro scontato, a volte vengo anche sommerso dalla mole di lavoro. Comunque, anche se mi alleno meno di prima, non rinuncio mai alla bici».

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