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Matteo Agati: mutare il passato con un oggetto

By Marco Cresci
7 min read

Da bambino sognava di fare l’inventore e non ci è andato troppo lontano, Matteo Agati giovane promessa del design Made in Italy ci racconta del suo studio, di collaborazioni e progetti in cui reinterpreta linee classiche del passato con la sua visione contemporanea, rompendo gli schemi. Con il suo studio Matteo Agati ha collaborato con importanti nomi da Versace a Off-White a Cappellini oltre ad insegnare alla Marangoni di Milano. Abbiamo chiacchierato con lui in attesa della sua la prima capsule collection personale.

Ciao Matteo, come stai e dove ti trovi? 

Matteo Agati: «Ciao! Volevo intanto ringraziarvi per questa intervista.
Attualmente mi trovo a Milano e, nonostante la situazione che stiamo vivendo, devo dire che sto bene sebbene appesantito, come tutti del resto». 

Raccontaci come hai iniziato la tua carriera da designer? 

Matteo Agati: «Ricordo che da piccolo volevo diventare sia un mago, sia un inventore. Sono cresciuto con dei genitori la cui creatività era tangibile (papà più pragmatico e problem solver, mamma più artistica). Credo che questo mix di cose mi abbia ampiamente influenzato. Maturando mi sono poi avvicinato alla facoltà del Design e ho trovato in questa strada il giusto connubio di creatività e tecnica, che mi ha fatto da subito vibrare il cuore. Fin dai primi anni di università ho deciso di accostare il lavoro allo studio e così ho accresciuto la mia esperienza in alcuni studi di design come aiutante, stagista, junior designer: volevo toccare con mano il lavoro vero. Nel 2015, infine, dopo la laurea e un master, mi sentivo pronto a fondare il mio studio». 

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Per un periodo hai studiato anche all’estero, a Göteborg (Svezia), cosa hai imparato da un paese che ha abitudini molto diverse dalle nostre? 

Matteo Agati: «Unʼesperienza di vita allʼestero ti arricchisce su ogni fronte, non solo sul piano formativo. La mia permanenza a Göteborg è stata complicata, ma bellissima. Un Paese come la Svezia ti mette di fronte a molte condizioni estreme, per esempio il clima e il disequilibrio tra le ore del giorno e della notte. Dallʼaltra parte, però, ho avuto modo di ammirare paesaggi mozzafiato e di interagire con una cultura – a modo suo – calda e accogliente. I Paesi nordici, inoltre, hanno una profondissima cultura e tradizione del design, il Design Scandinavo appunto, che apprezzo moltissimo, che ha indubbiamente contribuito alla formazione del mio processo progettuale e che è stato il vero motivo per cui ho scelto di intraprendere unʼesperienza del genere». 

Nel 2015 hai vinto Sit Down!, il concorso internazionale lanciato da Istituto Marangoni e il brand di design Cappellini. Hai vinto con la seduta lounge Pagh che prende spunto dall’arte della meditazione. Che esperienza è stata?

Matteo Agati: «Devo dire che sviluppare Pagh mi ha divertito molto. In quel progetto ho voluto trovare un punto dʼincontro tra la cultura orientale e quella occidentale: dalla prima ho quindi ricercato lʼispirazione di partenza, il concetto della meditazione e, estremizzandolo, della levitazione; dallʼoccidente, invece, ho ripreso lʼessenzialità delle forme e le sfumature cromatiche.

Matteo Agati
Pagh

Il risultato è quindi una seduta che nasce dallo studio della tipica postura utilizzata nellʼarte della meditazione: seduti con le gambe incrociate. Da qui lʼidea di utilizzare il concetto di meditazione, levitazione e leggerezza nella forma. Pagh è formata da una struttura in legno e due grandi cuscini, posizionati uno sopra lʼaltro, che sembrano fluttuare nellʼaria, come se levitassero. I cuscini, infatti, sono sorretti da una lamiera piegata e non dalla struttura in legno». 

Chi ti ha ispirato nel perseguire questa strada? 

Matteo Agati: «Non ho qualcuno di preciso nella mia testa: molte persone – a modo loro e in momenti diversi – mi hanno ispirato e sostenuto nel proseguire e perseguire i miei obiettivi. Quello che più mi spinge in avanti è la passione che riconosco di avere per questo lavoro.

Il veder realizzare qualcosa che pochi mesi prima era solo nella tua testa è una sensazione indescrivibile, un mix di orgoglio, soddisfazione e senso di vittoria. Ma è anche il punto di partenza per la sfida successiva, per continuare a fare meglio e migliorarsi e ad andare oltre i propri limiti». 

Matteo Agati

Chi sono i tuoi punti di riferimento nel mondo del design? 

Matteo Agati: «Ne ho molti, sia contemporanei che ancora operano nel settore, sia figure che ormai non ci sono più. Se dovessi dire due nomi, sarebbero di sicuro Jasper Morrison e Marco Zanuso: di uno apprezzo tantissimo il minimalismo concettuale, dellʼaltro lʼaudacia – legata al contesto storico – del suo pensiero. Ma, come ho detto, non sono gli unici: Alvar Aalto, Le Corbusier, la scuola del Bauhaus, il Brutalismo sovietico…».

Con il tuo studio, hai lavorato come designer per brand quali Off-White Home, Versace, e Campari con cui collabori tutt’ora, com’è lavorare con nomi così alto sonanti? 

Matteo Agati
Campari

Matteo Agati: «Questo lavoro permette di spaziare in settori e ambiti molto diversi tra loro: dal device biomedicale alla collezione dʼarredo per un brand di moda, il che è decisamente stimolante, motivo per il quale non ci si annoi mai. Lavorare per brand importanti e conosciuti è senza dubbio ragione di grande orgoglio da un lato e di molte responsabilità dallʻaltro, ma sono anche occasioni per interfacciarsi con figure professionali ammirevoli e di grande esperienza. Dopo ogni progetto sono un poʼ più consapevole e – credo – più maturo professionalmente». 

Mi piace il modo in cui come prendi elementi classici e li rielabori in chiave moderna. Penso alla capsule Corolla ispirata all’arte del mosaico o al vassoio Arc che attinge dalle arene dell’antica Roma. Quanto è importante per te il passato per creare qualcosa di contemporaneo e innovativo? 
Corolla

Matteo Agati: «Ogni progetto credo che debba raccontare un poʼ della nostra storia, altrimenti risulterebbe una bella forma senza personalità; e io, come tutti, ho una storia, delle esperienze, delle passioni e degli interessi, che voglio siano evidenti in quello che faccio. Il passato da cui attingo ispirazione è quella porzione di passato che sento in qualche modo vicino a me; un punto di partenza da reinterpretare in modo personale più che contemporaneo. Oltre ai prodotti che hai citato tu, un esempio secondo me interessante è il vaso Me2 per cui ho vinto il primo premio di Elle Decor + TID award.

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Il progetto si ispira alle mie origini: creare un vaso che rispecchiasse lʼarchetipo della società da cui provengo. Mio padre è siciliano e mia madre svizzero-tedesca, ho lavorato sui contrasti di queste due culture. Ogni vaso quindi è diviso in due parti, una in pietra lavica, calda e dalle forme organiche, lʼaltra in legno più spigolosa e “razionale” nelle forme. Nonostante queste diversità le due metà, una volta unite, creano un unico vaso in modo armonico e completo. Il progetto è stato sviluppato anche in versione pietra lavica + marmo bianco in occasione del Salone del Mobile 2017 per un progetto in collaborazione». 

Se potessi scegliere di collaborare con un nome del design internazionale chi sceglieresti e perché?

Matteo Agati: «Il primo nome che mi viene in mente senza indugio è Jasper Morrison e questo perché, come ho detto prima, fin dagli anni in cui ero in università è sempre stato uno dei modelli a cui mi ispiravo. Amo come riesce a far parlare i dettagli di un oggetto. Altri due nomi con cui mi piacerebbe collaborare sono Nendo e Patricia Urquiola. Sono due realtà molto diverse, con estetica e linguaggi relativamente lontani, ma in entrambi i casi ammiro il loro approccio progettuale, lʼeffetto meraviglia, la sorpresa, che si prova guardando i loro progetti e che entrambi, in modo diverso, riescono ad ottenere». 

Progetti imminenti? 

Matteo Agati: «Ci sono in ballo parecchi progetti interessanti, alcuni dei quali per brand con una forte valenza storica, ma purtroppo non posso anticiparvi molto. Sto anche lavorando alla mia prima capsule collection personale. Una piccola collezione di oggetti che usciranno gradualmente che mi piace pensare come il risultato del mio percorso fino a questo momento». 

Matteo Agati
Campari

La canzone con cui crei meglio è: 

Matteo Agati: «La domanda più difficile dellʼintervista! La musica è una strumento di progetto fondamentale per quanto mi riguarda e dipende tantissimo dal periodo e dal mood. Mi piace molto ascoltare Max Richter, Yann Tiersen, Mashrou’ Leila, Röyksopp. La prima canzone che mi è venuta in mente leggendo questa domanda però è stata Bird Set Free di Sia». 

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