Stories - Food & Beverage

Nuova mixology social

By Monica Camozzi
4 min read

Valentina è una ragazza di spirito. Con lei il concetto di mixology si evolve nell’assaggio raccontato. C’era una volta una ragazza che, mentre finiva il corso di Digital marketing allo Iulm, osservava la bar industry. Come ambito dove sperimentare tecniche di comunicazione. Un mondo affascinante, che si dipanava fra Flair e mixology, fra produttori di distillati e il pubblico multiforme dei cocktail bar. Perché non portarlo nei social? E intanto che si interrogava su come nasce un Cosmopolitan e assaggiava forme nuove di divulgazione social, La Ragazza che Beve prendeva forma. Bere è solo uno dei tanti verbi che animano il profilo di Valentina Crucil: raccontare, fare cultura, rompere schemi, smontare stereotipi. Ad esempio, quello che le donne non bevano…la nuova mixology social attraversa anche il femminile!

Valentina, ma è vero che le donne non bevono?

Penso sia uno stereotipo puro forse creato dagli uomini! Non ci sono differenze di sesso, dipende dalla persona, dai suoi gusti e dalle sue attitudini! Se una donna ama i distillati forti, può bere più whisky di un uomo, dipende!  

Ti districhi fra mixology e nuovi trend, come hai fatto da profana? La tua competenza era social, non tecnica.

Si, è vero, i miei genitori hanno sempre avuto passioni eno-gastronomiche, mi portavano in giro per degustazioni e trattorie ma nessuno aveva una competenza tecnica su bar, mixology, materie prime. Allora ho fatto un corso, mi sono iscritta alla V edizione del Barmaster in Campari Academy. Ma non solo, ho letto decine di manuali in materia. Non ti fermi mai, la voglia di sapere è infinita. Sul fronte social, il desiderio era quello di creare una cultura del bere. Inoltre, volevo dare vita a una app mobile che si potesse trovare negli stores Google play e in App store, con lo stesso nome del mio brand, da usare in itinere per trovare posti dove bere bene.

mixology social

Una bella ragazza, con il drink in mano. Non ha dato adito a fraintendimenti?

Si, all’inizio si! Forse ero io, per modo di pormi esteticamente e per contesto, un po’ troppo ammiccante. Poi un giorno un caro amico mi fece notare che non avevo pubblico femminile e mi suggerì un approccio più rigoroso, un’estetica diversa. E infatti funzionò, iniziò ad arrivare il pubblico femminile. La competenza maturata nel tempo ha fatto il resto. In caso contrario non hai credibilità, vieni banalizzato.

mixology social

Fra mixology social e interviste, qual è un posto che ti ha colpita particolarmente? E come fai a tradurlo sempre in linguaggio digitale?

Ricordo un cocktail bar di Firenze, che ha avuto su di me lo stesso effetto di quando ti innamori. Il barman aveva creato un’opera d’arte al sapore, aveva usato una creatività spinta, non tanto nella presentazione ma nella miscela degli ingredienti e nella sua spiegazione. Poi, ricordo con gioia la mia prima intervista, al Bulk Mixology Food Bar presso l’hotel Viu a Milano. Non avevo nemmeno il sito, mi hanno accolta come un inviato della guida Michelin. Peccato che mentre io scrivevo, i miei amici avessero bevuto tutto! Tradurre le esperienze in linguaggio social segue le regole di editing, storytelling ed estetica di ogni profilo.

mixology social

Mai avuto un cedimento fisico, più che altro gastrico, fra un assaggio e l’altro?!

Beh, parti la mattina a stomaco parzialmente vuoto e lì sfido chiunque a reggere! Se si considera che una giornata tipo prevede tre interviste di media e che ad ogni appuntamento si assaggino circa tre cocktail, in tutto fanno nove. Diciamo che un po’ ci si abitua, un po’ ogni tanto ci si deve anche disintossicare!

mixology social

L’Italia è il paese della mixology fantasiosa e del bere conviviale. Come ha inciso questo periodo? Non sui social ma nella vita reale…

I consumi sono calati molto, anche perché qui il convivio è alla base di tutto. L’italiano non beve whisky in solitaria, non concepisce il bere come esperienza individuale, è un elemento dello stare insieme. La mixology è spettacolo. Ma il bere, nel nostro paese, dai banchetti dell’antica Roma in avanti, è sempre stato vissuto in modo conviviale. Ci vediamo al bar è una frase tipica, che denota un’attitudine sociale. L’aperitivo, il ritrovarsi al bancone, non sono il drink fra quattro mura, da soli. In un momento come questo l’esperienza può trasferirsi sui social, ma per un italiano significa inevitabilmente consumare meno.

Ci sono stati, durante le tue esplorazioni, prodotti che ti hanno colpita?

Si. Ricordo un sake italiano fatto con riso nero. O ancora, il vermouth Hempatico all’estratto di canapa, con un grado di  Thc inferiore a 70 nanogrammi per millilitro. Ricordo anche un liquore a base di germogli di bambù, reinterpretato con gusto italiano. Prodotti come Gin e Vodka hanno già detto quasi tutto, ma nelle nicchie di ricerca si possono trovare vere sorprese.

Written by
Monica Camozzi
Giornalista da 25 anni, copywriter, storyteller, appassionata di avventure imprenditoriali e di nuove sfide.
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