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Sui Lee, l’incontro culturale tra reale e digitale

By Sara Stefanovic
5 min read

Il mondo degli eventi ha dovuto necessariamente modernizzarsi, trasformarsi e tradursi nel linguaggio digitale. E se da un lato molte realtà hanno trovato nella tecnologia un ottimo alleato, altre ancora faticano a trovare una nuova dimensione. Reale e digitale, sempre considerati come termini contrari, hanno smesso di escludersi, iniziando a inglobarsi. A questo proposito abbiamo deciso di incontrare Sui Lee, esperta di eventi che si è spesso trovata a fare da ponte culturale tra varie realtà concettualmente lontane.

Una vita vissuta tra Corea, Germania e Italia, forte dello spirito di adattamento che questo nomadismo comporta e, ora, una nuova sfida: la conversione digitale. Le sue capacità comunicative e relazionali, unite al suo background internazionale, l’hanno sempre aiutata a costruire importanti relazioni internazionali… Ma come è cambiato il suo mondo in questo periodo così singolare?

Il mondo degli eventi ha subito un durissimo colpo quest’anno, sei riuscita comunque a lavorare grazie al digitale?

Sui Lee: «Vero, il mondo degli eventi è praticamente fermo o, per meglio dire, si deve necessariamente trasformare se si vuole evolvere e adattare ai tempi che stiamo vivendo. Grazie al digitale sono riuscita a cambiare il mio modo di lavorare. L’evento tradizionale richiede, anzi tutto, la presenza fisica e, in secondo luogo, vive grazie ad una forte experience che consiste nell’utilizzo dei 5 sensi. Purtroppo, oggi questi aspetti sono quasi del tutto spariti, essendo stati sostituiti dall’evento digitale.

Sui Lee

L’evento digitale, a differenza di quello fisico, sfrutta solo l’esperienza visiva e quella del suono. Di conseguenza siamo riuscite a trasmettere solo in parte quello che riuscivamo a trasmettere in passato. Il cambiamento più grande è questo, adattare il messaggio a un contenuto visivo/sonoro. I contenuti oggi sono diventati fondamentali, senza di essi è impossibile riuscire a coinvolgere il pubblico. Inoltre, servono contenuti che risultino sempre più reali e concreti. La sfida ora è quella di riuscire a sviluppare contenuti interessanti, che riescano a conquistare e mantenere l’attenzione».

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La globalizzazione ha portato a nuove influenze e idee, hai percepito questo aspetto nel tuo lavoro?

Sui Lee: «Si, essendo io di origine coreana ho potuto sfruttare sia il mio know how europeo sia quello orientale. Il mio ruolo è quello di fare da ponte tra queste due realtà estremamente distanti e diverse sia nelle consulenze di comunicazione sia in quelle commerciali. Entrambi i mondi avevano bisogno di essere modernizzati. Non va più bene il classico utilizzo dell’agente locale o di una persona fisica che vada avanti indietro, c’è bisogno di un connetcing dot virtuale/digitale. Ho lavorato quindi sullo sviluppo di tutta la parte digitale sia nella comunicazione sia nei rapporti con il cliente».

Qual è l’evento più strano che hai organizzato? 

Sui Lee

Sui Lee: «In Germania in uno studio fotografico un po’ diverso dal solito per un press day di un cliente molto old-fashioned. All’inizio ero un po’ preoccupata di come sarebbe potuto andare. Alla fine, in realtà, il cliente è stato molto contento anche di poter presentare la propria collezione in un ambiente completamente diverso dal solito».

Come definiresti il tuo mindset? 

Sui Lee: «Credo che in questo modo si capisca meglio il mio mindset: nata e cresciuta in Germania, dove ho vissuto per 16 anni, di origine coreana con entrambi i genitori coreani, 5 anni vissuti in Corea nel periodo dell’adolescenza, e da 15 anni in Italia. Non credo serva aggiungere molto altro, ho una mentalità cosmopolita e sono abituata ad adattarmi, anche nella vita quotidiana, a qualsiasi situazione. Diciamo che il continuare a viaggiare mi ha sicuramente aperto la mente e di questo vado molto orgogliosa!»

Sui Lee

La vita e l’attitudine minimalista come si combina con il mondo dell’organizzazione di eventi?

Sui Lee: «In realtà, in maniera molto naturale. Oggi, soprattutto, il minimalismo è fondamentale anche perché, come ci siamo dette prima, l’evento classico non esiste più! Inoltre, essendo coreana, quindi estremamente precisa e metodica, il minimalismo di oggi in qualche modo mi appartiene da sempre».

Corea e Italia, quali differenze o similitudini trovi in questi due paesi? Cosa dovrebbero imparare l’uno dall’altro? 

Sui Lee: «Mia madre mi diceva sempre: sono entrambe due penisole (Italia e Corea), più vai verso il sud è più fa caldo e più la tradizione è legata alla terra. Più vai al nord è più si è concentrati sul business, la modernità e la globalizzazione.

La Corea è uguale, più vai al sud più trovi il Salento coreano, caldo sia per quanto riguarda il clima sia per l’attitudine, con tradizioni fortemente radicate e che si tramandano da generazioni. Se vai invece al nord arrivi a Seoul, che è più simile a Milano, dove la frenesia fa da padrona e tutti sono concentrati sul business. I miei sono entrambi originari del sud e io ho il cuore e le tradizioni di una donna del sud.
La Corea dovrebbe imparare il senso della bella vita italiana. È un paese che ha un forte senso del dovere e tende sempre verso il successo sia economico che personale. L’Italia, d’altro canto, dovrebbe imparare la determinazione e l’orgoglio verso la propria nazione e a valorizzare al meglio il Made in Italy».

Cosa ti porti dietro quando viaggi?

Sui Lee: «Sicuramente la mia pochette con le medicine, il cellulare, le salviette umide, il burro cacao, l’agenda (anche se uso l’app sul cellulare) e ormai, per via del covid, lo spray disinfettante e le mascherine (2-3 cambi). Ah non deve mancare la mia musica e un buon libro».

Che rapporto hai con i viaggi? 

Sui Lee: «In tedesco esiste la parola Fernweh che vorrebbe dire: la malinconia verso il lontano. Io vivo questa melanconia da quando sono nata, perché non ho un posto che posso chiamare casa, quindi di indole io sono una nomade. 
E forse, un po’ come tutti in questo momento, in cui siamo obbligati a stare fermi e a concentrarci un pochino di più su noi stessi, la mia voglia di viaggiare scalpita.»

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