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Wisdomless: tatuaggi, cocktails e viaggi nel tempo

By Tommaso Lavizzari
12 min read
Fabrizio Ghilardi and Whiskey Bulleit, Wisdomless Club

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Fabrizio Ghilardi è il Manager di Wisdomless. Wisdomless è un’idea, un progetto, un mondo intero, nato probabilmente da un suo mal di testa e condiviso con un nucleo di amici molto uniti.

«Wisdomless è un Cocktail Club, Tattoo Parlour e Art Gallery. Non esiste altro luogo in cui perdersi come in Wisdomless Club. Dal giorno alla notte tarda, si entra in un mondo sospeso nel tempo in una straordinaria cornice al centro di Roma: la Foresteria di Palazzo Boncompagni Duchi di Sora. Il contesto di viaggio sono i ruggenti anni ‘20 tra alligatori, cimeli sportivi e reperti storico artistici che affascinano come in una Wünderkammer».

Wisdomless

Siamo a Roma, più precisamente in via Sora al civico 33. Questa è la sede di Wisdomless Club, che prima era anche a Copenhagen e che, un domani, potrebbe essere ovunque nel mondo, esattamente come Fabrizio Ghilardi.

Wisdomless, infatti, è una galleria d’arte ma anche un luogo raffinato e accogliente in cui dissetarsi di bellezza, di ottimi cocktails e distillati; un luogo dove l’arte del Tattoo è rappresentata da un team di grandi artisti, pronti a decorarvi in modo indelebile. Le drinklist cambiano ciclicamente, in base alle stagioni, ad eventi particolari o alla sola voglia di sperimentazione. Wisdomless è un’idea e come tutte le idee è nata per viaggiare, nello spazio e nel tempo.

Wisdomless

Ti conosco da oltre 10 anni, facevi ancora lo scrittore, oggi non saprei proprio come definirti. Quindi lascio l’onere direttamente a te.

«Eh, è difficile offrire una propria presentazione. Direi che va bene definirmi un crononauta, con una spiccata tendenza al perdigiorno e al  flâneur. Altre volte ho tagliato corto e ho raccontato di aver fatto per anni il pornoattore, tanto nessuno avrebbe mai ammesso di aver visto film pornografici. In realtà sarei dovuto essere uno studioso di Storia dell’alimentazione svedese medievale, sai quelle robe della scuola della Nouvelle Histoire, espressione della École des Annales, metodologia storiografica francese… Ecco, ho fatto altre scelte nella vita. Ma forse avrei fatto bene a continuare quel filone di studi». 

Capisci perché ho preferito lasciar fare a te? Manager di un Club e anima di Wisdomless, aggiungerei; flâneur per vocazione e per mestiere lo hai già detto.

Come hai vissuto tu, dal punto di vista personale, questo periodo di quarantena?

«Quando i media hanno iniziato a parlare di pandemia, contagi, paziente zero, morte, ho scritto giusto un laconico commento spiegando come questa nuova verità imposta, ovvero la pandemia del nuovo virus, fosse vissuta come un ostacolo epistemologico. Come dire è stato dato per assodato qualcosa di nuovo e senza nessun esame critico è stato chiuso tutto, siamo stati chiusi in casa, addirittura sono state vietate le messe. Che poi, finché vietano le messe post-conciliari, mi sta pure bene. Ma è stato impossibile opporre al pensiero unico una visione concettualmente diversa. Perciò ho rivendicato il mio diritto alla leggerezza (Wisdomless, senza il peso del giudizio, quindi proprio con leggerezza, N.d.R.) e all’idiozia. Come diceva Boris Vian:

«[…] dire idiozie, oggi, quando tutti riflettono profondamente, rimane il solo mezzo per provare la propria libertà e indipendenza di pensiero».

Boris Vian
Wisdomless

E, essendo un crononauta, ho viaggiato nel tempo e nello spazio. Xavier De Maistre viaggiava nella propria camera; io passeggiato nelle stanze – anguste – del mio cervello e nella mia libreria. Ho fatto della flanerie intellettuale. E ho scritto. Tra poco usciranno alcuni miei racconti brevi con Idrovolante Edizioni».

Wisdomless

Oggi niente racconti, dobbiamo concentrarci su Wisdomless. Sarà già abbastanza complicato così. Tatuaggi, cocktail, arte, antiquariato, abbigliamento, musica, letteratura:

Wisdomless non è solo un Club, è un mondo intero, come nasce?

«Wisdomless nasce dalla mia necessità di vivere profondamente la relazione personale che ho con il Bello, con l’antichità, con il viaggio, con la Fede. Darwin Pastorin, caro amico e soprattutto eccellente giornalista (di questi tempi fa scalpore, N.d.R.) e scrittore ha scritto così, parlando di me:

Fabrizio Ghilardi è uno scrittore. Non solo: è un ribelle, un sognatore, un fuggitivo. Un cantastorie, un bracconiere di memorie, uno che affronta il presente recuperando coriandoli e bagliori del passato.

Darwin Patorin

Credo sia la base sulla quale nasce Wisdomless. Senza giudizio, o anche con leggerezza. Questo è il significato di Wisdomless. Che non rappresenta necessariamente qualcosa di sbagliato. Ispirati tanto da Eichendorff che nel suo racconto Vita di un perdigiorno narra avventure fiabesche e passeggiate nella natura, quanto dai surrealisti francesi degli Anni Venti che organizzavano le passeggiate banali e disorientanti dei flâneurs parigini, i gentiluomini di fortuna di Wisdomless sembrano usciti dalle chine di Hugo Pratt.

Eleganti, tatuati, bons vivants, raccontiamo di pellegrini dalle braccia tatuate e di Wunderkammer sospese nel tempo, in un luogo incantevole, la Foresteria dei Boncompagni, Duchi di Sora, nel Rione Parione a Roma. Un posto pieno di meraviglie: un incrocio tra un’invenzione di Jules Verne e un gabinetto delle curiosità, in cui tra ossa e alligatori, incisioni antiche e pugnali del lontano Oriente, ci si tatua, si bevono cocktails classici e originali, si sogna e si viaggia nelle sale del Club.

Un po’ come De Selby, il personaggio creato da Flann O’Brien, viaggiava con il suo pensiero, costituendo una sfida alle convenzioni comuni, uno squarcio nella tela delle credenze assodate, una sfida per i paradigmi scientifici e sociali dominanti».

Proprio come Wisdomless, senza giudizio e con leggerezza. Prima Roma e poi Copenhagen, il tema del viaggio è alla base di Wisdomless: nasce dalla passione per i tatuaggi?

«Copenhagen ha rappresentato per me il momentaneo ricongiungimento con il Nord Europa, dove avevo già vissuto a lungo, specialmente in Svezia. Attualmente lo studio di tatuaggi che avevamo in Danimarca è chiuso: non essendo un tatuatore avevo difficoltà a occuparmi di qualcosa che richiedeva una professionalità diversa dalla mia. La mia passione per il tatuaggio nasce da quello che esso rappresentava anticamente. Era un segno di libertà, oggi è molto più diffuso e ha perso in parte una serie di simbologie e di significati che aveva. Ma non per tutti. È un arrivederci quello che ho dato a Copenhagen, in attesa di scenari diversi».

So che avete progetti riguardo al viaggio, uno particolarmente suggestivo che riguarda l’Orient Express. Vuoi e puoi parlare di questo o di altro?

«No, in questo momento ho voglia di un Campari. Però il viaggio rappresenta il motivo più profondo che muove Wisdomless. Orient Express e Transiberiana sono due progetti che abbiamo in cantiere e sui quali stiamo lavorando. Avevamo in programma anche altri progetti con Diageo, dopo aver sviluppato il tema del tatuaggio e del viaggio attraverso alcuni cocktail miscelati con il bourbon whiskey Bulleit.

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Ora mi bevo qualcosa e poi ci penso se mi va di raccontarlo. Ora per esempio vorrei tanto parlare di quant’è bella Roma, anche quella sparita. Per esempio: ho viaggiato a lungo in questo periodo nella spina di Borgo (le case abbattute per aprire la Conciliazione davanti a San Pietro, N.d.R.) e nel Quartiere Alessandrino (la zona che ha fatto spazio agli scavi davanti all’Arco de’ Pantani, ai Fori, N.d.R.). E quando viaggio i progetti diventano così tanti…».

Come avete affrontato il lockdown? Sia dal punto di vista salone di tatuaggi che dal punto di vista del Club?

Al netto di tutte le fandonie raccontate sul virus e della paura con la quale hanno nutrito gli italiani, noi abbiamo chiuso e ci siamo dedicati alle migliorie da apportare al Club in attesa di una riapertura che vedo piuttosto lontana, direi direttamente a settembre. Nell’antichità quando c’era il pericolo di contagio da morbi si diceva:

Mox cede (vai via al più presto), Longe recede (rifugiati lontano), Tarde redi (ritorna tardi).

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Il nostro Presidente del Consiglio è davvero un grande interprete del Surrealismo: ci ha messo la mascherina, ci dice quanto dobbiamo stare distanti, organizza delatori e distanziatori sociali in strada e nei locali, minaccia multe. Ecco, non è esattamente quello che serve per ripartire, ma immagino che non possa dire “Signori abbiamo scherzato, uscite tutti ci eravamo sbagliati, i numeri che vi abbiamo raccontato e tutto quello che vi abbiamo detto erano uno scherzo”. Quindi terranno duro, attaccati alle loro poltrone e spero per settembre ci restituiscano una vita normale prima che decidiamo di farlo da soli».

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Deduco che non vediate l’ora di ripartire. Avete comunque deciso di non riaprire fino a settembre, una scelta molto responsabile e coraggiosa. Una soluzione che definirei patafisica (Scienza delle soluzioni immaginarie, dal suo creatore Alfred Jarry, N.d.R.) come le vostre bevute del lunedì sera tra musica jazz ed eleganza, che sono ormai diventate un punto di riferimento nella Capitale, sia per i romani che per un ampio pubblico internazionale che spesso viene da voi.

Capisco che non ci siano i presupposti per ricreare quell’atmosfera al momento, è questo il motivo?

«Un Club come il nostro è l’antitesi del distanziamento sociale. È un locale molto grande, ma per dare frutti, anche in tema di costi/ricavi, deve fatturare. Con trenta persone al giorno, distanziate e mascherate non posso riaprire, è troppo costoso. E in più la gente ha paura, legge notizie prive di ogni fondamento che alimentano il terrore. Ho visto ragazzi andare in giro con la mascherina anche in bicicletta o durante le attività sportive. La situazione è drammatica. Quando apriremo torneremo a fare musica e spettacoli dal vivo. Non solo di magia».

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Sei preoccupato per il turismo a Roma? Come vedi la città, tu che la conosci perfettamente?

«Abbiamo superato problemi più gravi, dal sacco dei Goti a quello dei Lanzichenecchi, supereremo anche questo. Roma è bellissima. Da quando Conte dall’alto del suo paternalismo, consigliato dalla sua corte – la task force – ha permesso a noi romani di uscire, ho girato tanto a piedi. È commovente la bellezza di Roma. Certe volte senza turisti è più bella, ma spero che Conte non se ne accorga altrimenti chiude per sempre le frontiere al turismo».

Sei un cuoco fantastico e un ambasciatore della cucina romana tradizionale in Europa. Celebre fu una cena preparata da te in Svezia in cui alcuni indigeni avrebbero voluto insegnarti a preparare la Carbonara… e tu hai dovuto spiegare loro in svedese, che conosci perfettamente, che quella cui erano abituati è la Carbonara che mangiano all’estero, non a Roma.

Wisdomless avrà uno sviluppo anche sulla cucina?

Amo profondamente le tradizioni. Sono passati poco più di quarant’anni da La grande abbuffata (La grande bouffe, 1973), film cult e discusso di Marco Ferreri in cui i protagonisti decidono di suicidarsi in un’orgia di cibo e sesso. Noi insieme abbiamo ragionato spesso su mangiate radical chic, cibi precotti per turisti ignari, abbuffate e, perché no, ingordigia e peccati capitali.

Perché c’è differenza tra mangiare da radical chic, da turisti ignari, da ingordi e da gentiluomini di Wisdomless. Si creano saloni del gusto, luoghi d’eccellenza culinaria, locali per degustazioni da palati fini, ma le tradizioni locali muoiono, le trattorie spariscono, le osterie mettono la muta davanti e si trasformano.

I radical chic saranno sempre felici di mangiare qualsiasi cosa abbia un nome ispirato, tanto di cucina non capiranno mai niente come non capiranno mai niente di niente; i turisti, che non si sa come scelgono sempre dei ristoranti che sembrano mense di associazioni caritatevoli e riescono a spendere come se fossero da Bulgari, saranno soddisfatti, tanto capiscono meno dei radical chic e gli ingordi continueranno a mangiare tanto per riempire ventri sgradevoli e pronti a manifestare con il meteorismo tutta la loro stupidità.

Figli dell’edonismo, della società dei consumi capace solamente di distruggere e portare distruzione. L’eccesso che ferisce fino a uccidere. Il peccato di gola che uccide il corpo e l’anima, l’ingordigia deformante. Evagrio Pontico, monaco orientale di IV secolo la chiamava gastrimarghía, follia del ventre. Uno dei principali vizi capitali, la sfrenatezza della gola. Quella che Basilio di Cesarea – peraltro amico di Evagrio – definiva la madre di tutte le passioni.

Mangiare è un bisogno primario dell’uomo; al nutrimento, però si unisce il piacere. Bisogna mangiare per vivere, ma anche godere della buona tavola, come dice San Giovanni Cassiano ai suoi monaci: “visto che il piacere che si posa naturalmente sul mangiare non è un male”.

Mangiare sì, ma mangiare bene, insomma. Il cibo va considerato per quello che è: un’espressione di gioia e di rendimento di grazie per la bontà delle creature donate da Dio e trasformate da quella raffinata forma culturale e da quel linguaggio dell’amore che è la cucina.

Praticamente il messaggio di Wisdomless. I cui sodali non finiranno a cena con i radical chic che mangiano qualsiasi cosa abbia un nome esotico-strano-tradizionale-divertente o degustano piatti decorati e senza sapore, né con i turisti che vagano per Roma come anime in pena alla ricerca di un classico ristorante per turisti. E soprattutto che non finiranno all’Inferno come gli ingordi che nel sesto canto della Divina Commedia sono costretti a ingoiare fanghiglia prodotta da una incessante pioggia fredda e nera.

Però quello che mangeremo da Wisdomless avrà un altro respiro. Se il tema è il viaggio, viaggeremo anche con il gusto. Ma sempre tenendo in gran conto le tradizioni culinarie e culturali degli altri Paesi».

Fabrizio Ghilardi, Wisdomless Club

Ci conosciamo da qualche annetto. Condivido il tuo disappunto neanche troppo velato per la svalutazione della cucina italiana, in casa e all’estero. Questa, però, è una lunga discussione che approfondiremo in altra sede. Se mai dovessi tornare anch’io a fare l’oste, chissà che si combini anche qualcosa insieme…

Liberando lo scrittore che c’è in te: qual è la città e il periodo storico in cui vorresti portare Wisdomless?

«Lo terrei a Roma. Mi piacerebbe invitare da noi tutti gli artisti e gli uomini di cultura di tutte le epoche e di tutto il mondo. Vorrei veder chiacchierare Seneca con Alfred Jarry. Vorrei che Seneca gli dicesse: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo; è perché non osiamo che sono difficili!” e che Jarry gli rispondesse: “Il coraggio è uno stato di calma e di tranquillità in presenza di un pericolo, stato rigorosamente simile a quello in cui si è quando non c’è pericolo”. Pensa che bevute si farebbero insieme».

Written by
Tommaso Lavizzari
Tommaso Lavizzari. Giornalista freelance, autore e content creator. É stato direttore di Sport Tribune e Soccer Illustrated. Si occupa di sport e lifestyle per vari magazine, quotidiani, radio e tv. Crea contenuti editoriali per diversi brand e aziende. Ha pubblicato con Francesco Aldo Fiorentino "SURF. Un mercoledì da leoni 40 anni dopo" per Mondadori Electa.
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