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Woodstock, frange, libertà e illusione

By Monica Camozzi
4 min read

Pace e amore che non arrivarono, frange e libertà: la meravigliosa illusione di Woodstock

15-18 agosto 1969. Tre giorni di pace, amore, libertà. Un’intercapedine rivoluzionaria in pieno Vietnam, in piena contrapposizione razziale. Come tutti i miti, Woodstock sbocciò dopo. Ispirò decenni di moda dopo che ragazze e ragazzi, su quel prato, imposero bandane e occhiali con lenti colorate, lunghe collane di perle, frange inconsapevolmente glamour. La genesi di quello stile boho chic che nei decenni a venire avrebbe edulcorato propositi ben più ideali. Nelle frange hippie fluttuava il sogno di libertà e di ecumenismo sociale completamente disatteso dalle morti in Vietnam e dalla manifesta spaccatura razziale che serpeggiava nella società. L’illusione, al pari del mito, sarebbe emersa palesemente nei lustri successivi. Woodstock, nell’istante esatto in cui avveniva, riceveva tanti bollini rossi e rifiuti illustri. Ad esempio…

Un fenomeno sociale ed estetico

Woodstock, frange, illusione e…tanti “grazie  no”.

Bob Dylan declinò l’invito a Woodstock. Anzi, qualcuno narra che, avendo casa vicino a Bethel, dove si tenne il raduno, la star abbia portato se e la famiglia lontani da lì. Jeff Beck, con il suo Jeff Beck group, disse di no perché, nel timore di un tradimento della moglie, tornò in fretta e furia in Inghilterra. John Lennon voleva presenziare ma solo con Yoko Ono e gli fu detto no. Gli Stones non aderirono: Mick Jagger proprio quell’agosto girò il film Ned Kelly di Tony Richardson. Inoltre, non tutti sanno che fra le frange e i jeans a zampa di Woodstock si vaporizzarono milioni di dollari: l’organizzazione del concerto ne era costati più di 3 (nel 1969!) a fronte di un incasso di 1,8 milioni. La famiglia di uno degli organizzatori finì di pagare i debiti negli anni Ottanta.

Il woodstock mood ripreso dalle celebs

Con Woodstock la grande illusione degli anni Settanta affondava nella palude della morte di Kennedy, di un Vietnam che macinava morte, nella tre giorni allucinogena di 500.000 persone e nelle isterie delle star convenute a suonare. Il mito scaturì dal meraviglioso film documentario di  Michael Wagleigh, che ne colse i momenti più epici e affascinanti. La moda e l’enfasi del sogno libertario contribuirono a renderlo archetipo, vestito di stampe tye and dye, di simboli della rivoluzione animica guidata da Peace & Love, di frange e crop top che smontavano le costrizioni sartoriali, di stampe paisley che le griffe avrebbero condito in salsa glamour virando sull’etnico, sul vintage bohemien.

La ricostruzione mitologica di  Woodstock usa il lessico della moda. Tante frange, l’illusione sublimata in glamour.

La mitologia di Woodstock con i suoi connotati di frange e illusione   ha cementato  tanti piccoli mattoni nel muretto della simbologia, in un coacervo di connotati sociologici, estetici, storici che lo hanno reso monumento ab aeterno. E da lì, la moda ha attinto ad ampie mani. Ad esempio, i bracciali di perline colorate, elemento vitale della sintassi hippie, sono stati ri-editati da Dior.

Zendaya ha firmato per Tommy Hilfiger una capsule collection dove vestiti floreali di matrice boho-chic si accompagnano a stivali e accessori chiamati spargere polverina magicamente metropolitana sul sogno rivoluzionario.

Zendaya per Hilfiger

Coach ha proposto giacche scamosciate con frange, Moncler ha letteralmente  citato Woodstock sulle felpe. Céline ha preso il poncho, altro perno di quell’estate scossa da una pioggia torrenziale e gli ha iniettato a noblesse della couture, Etro ha declinato il mood con un sapore etnico interpretando, come sempre da quando è nato il brand, il motivo paisley con una connotazione raffinatissima. Insomma, lo spirito anarchico di quei capi si è disciolto come Alca Seltzer nell’immenso recipiente della suggestione estetica, diventando una citazione, un aforisma.

Etro

La moda costruita su qualcosa che non è mai stato moda

Il messaggio di Woodstock era anti tutto! Anti marketing, anti moda, pro pace, comodità, libertà. I 500.000 protagonisti di quei tre giorni epici, folli, rivoluzionari, contestabili per uso di droghe e allucinazioni collettive, non avrebbero certo amato alcune interpretazioni iper borghesi degli epigoni. Il popolo di Woodstock non era fashion. Indossava crop top fatti a mano, gonnellone naif, frange hippie, collane di perline. E per esso il raduno non era illusione, era reale anelito a qualcosa di diverso. Quello spirito è stato distillato, spesso travisato, certamente utilizzato in ambiti come il Coachella, che si tiene in California a fine aprile e propone musica, scultura, arte e diventa palcoscenico per blogger e influencer di moda.  Perché quel prato, quella fattoria, quelle star del rock ed il confezionamento successivo del mito hanno creato un precedente irresistibile.

Un outfit Molly Goddard

L’autunno inverno di Molly Goddard

Fra i creativi attuali, vi proponiamo uno spirito Woodstock metabolizzato e reso con la cifra stilistica di Molly Goddard, squisitamente londinese. Maglioni di figlie dei fiori danzano su ampie gonnellone di taffetas cremisi, pastrani tecno couture volteggiano su gonne floreali. Al maschile, i cardigan assumono un connotato folk diventando compagni ideali di pantaloni check e di borse che sembrano tricottate.

Written by
Monica Camozzi
Giornalista da 25 anni, copywriter, storyteller, appassionata di avventure imprenditoriali e di nuove sfide.
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