Stories - Entertainment - People

Pietro Terzini, digital art e provocazione

By Sara Stefanovic
7 min read

Abbiamo incontrato Pietro Terzini, artista contemporaneo che, nonostante l’innegabile talento, ha deciso di rinunciare a prendersi troppo sul serio. Il suo profilo Instagram apre a un mondo fatto di opere ready-made, in cui la parola e l’immagine si fondono in un messaggio diretto e, fino a prova contraria, unico. Ma il digitale non è tutto, Pietro abbraccia anche l’arte reale, creando opere di vario tipo con materiali di riutilizzo molto particolari: packaging di brand di moda.

Come nasce il tuo progetto?

Pietro Terzini: «Il mio progetto nasce abbastanza per caso. Io ho un background abbastanza creativo; ho iniziando studiato architettura, poi mi sono avvicinato all’ambito digitale. All’inizio il mondo dei social era molto lontano da me, non capivo bene come funzionasse, soprattutto Instagram. Poi ho contaminato la mia formazione, unendo le mie passioni come il basket, l’hip hop, la street art con un tipo di approccio molto aperto e social. Mi ci sono voluti un po’ di anni per sintetizzare il tutto, ma alla fine ho iniziato a pubblicare. Instagram è la piattaforma più utilizzata e diffusa, e la più interessante per trasmettere un’estetica o dei messaggi. 

Ho iniziato a lavorare con dei materiali di scarto che trovavo in ufficio, o per strada, come i sacchetti e i packaging dei brand di moda. Come li ho recuperati? Andando davanti al negozio della Nike, di notte, in Corso Buenos Aires, prima della raccolta della carta, per esempio. Ho recuperato queste cose e ho iniziato a pensare come dar loro nuova vita utilizzando un tone of voice giovane e provocatorio.

Parallelamente ho creato Friday.Fries, dove pubblicavo tantissime cose stravaganti. A un certo punto ho capito che ciò che interessava di più era il tema dell’amore, delle relazioni. Il che non è strano se si considera che la maggior parte delle canzoni, dei libri e dei film parlano di quello. È il sentimento che ci muove un po’ tutti. Avevo qualche cosa da dire a riguardo, perciò ho iniziato tutto il discorso dei DM, che è piaciuto molto. Ora mi sto evolvendo su più fronti; continuo con il digitale, ma creo anche opere fisiche che riportano delle frasi».

Come mai hai scelto i DM come tipo di conversazione?

Pietro Terzini: «Volevo arrivare al maggior numero di persone possibile, perciò ho pensato: “cos’è la cosa più semplice, che tutti utilizziamo, anche da un punto di vista visivo?” Il messaggio. Ho preferito i DM perché esteticamente sono molto puliti, scarni, quindi la parola ha un impatto maggiore. Ho pensato fosse una cossa semplice in cui tutti si potessero immedesimare. E così è stato. Ho iniziato facendoli in italiano, ma i follower di lingua inglese mi chiedevano sempre di tradurli, quindi ora li faccio prevalentemente in inglese. 

Il discorso delle opere fisiche, con i packaging dei brand, è lo stesso. Viviamo in un’epoca in cui il consumismo è diventato sfrenato, la pubblicità è ovunque, ogni cosa è fatta ed è mossa dalla pubblicità e i brand fanno parte della nostra vita. Quindi ho deciso di utilizzare gli scarti del consumismo per trasmettere messaggi che smorzino lo status della comunicazione di certi brand». 

Quindi sei l’artista più sostenibile che abbiamo incontrato fin ora?

Pietro Terzini: «Beh, io faccio solo arte digitale e recupero i packaging, che sono immondizia. Quindi probabilmente sì». 

Vorresti esporre le tue opere?

Pietro Terzini: «Ho avuto dei contatti con delle gallerie in America che mi hanno proposto di esporre, sto cercando di capire come organizzare le opere. Mi piacerebbe molto fare una mostra, ogni giorno lavoro su opere nuove, anche in grandi formati. Sto cercando di dare un senso logico a varie opere che possono sembrare scollegate». 

Cosa ti differenzia di più?

Pietro Terzini: «Oggi grazie ai social media, ognuno di noi è diventato un po’ un artista. Io cerco di non copiare e di essere sempre originale, però ognuno ha le proprie preferenze, e queste, anche se indirettamente, condizionano un po’ il processo creativo.

Non mi sono mai esposto più di tanto su temi di attualità, per esempio, perchè non voglio strumentalizzare tematiche importanti. Preferisco scrivere un gioco di parole che strappi il sorriso a qualcuno. La mia arte è popolare e di intrattenimento, non ha la pretesa di spiegare la vita».

Hai avuto mai problemi con i brand che hai usato come soggetti delle tue opere?

Pietro Terzini: «Alcune persone che lavorano per questi brand mi hanno chiesto di fare delle opere per loro, il che mi ha fatto piacere perché vuol dire che hanno apprezzato l’ironia del mio lavoro. C’è stato un caso in particolare che vorrei raccontare. Ho fatto, con photoshop, un post che mostrava il cartellone di Hermés con una scritta.

Ovviamente era tutto finto, ma ammetto di aver avuto la tentazione di farlo per davvero. Il post è diventato virale e un erede della famiglia Hermès mi ha scritto dicendomi che avrei dovuto farlo per davvero. Questo contenuto non è stato visto come un atto vandalico digitale ma come qualcosa di divertente. Fino ad ora non ho avuto problemi». 

Niente di tutto ciò è reale quindi?

Pietro Terzini: «Per quanto riguarda i negozi niente è reale, anche se sono in contatto con un paio di brand per fare delle opere per loro. Mentre per quanto riguarda i DM alcuni sono messaggi che ho realmente ricevuto, altri riportano delle frasi famose di Internet che ho rivisto o frasi che mi sono venute in mente. I DM possono essere stampati e appesi come quadri ma nascono per abitare il mondo digitale». 

Ad oggi hai messo qualcosa in vendita?

Pietro Terzini: «Ho venduto tanti quadri reali, ho fatto anche alcune cose su commissione però tutto dipende da quello che trovo in giro, dai sacchetti che riesco a recuperare. Ho venduto delle tele con delle frasi, che sono più semplici da realizzare su commissione e sto vendendo anche delle stampe di alcune opere digitali. Quelle le ho vendute un po’ dappertutto, in America, a Dubai, in Europa…».

Quando hai iniziato ti aspettavi questo risultato?

Pietro Terzini: «Ho iniziato a realizzare le mie prime opere nel 2014, quando mi trovavo a Istanbul per studiare. Lì ho iniziato a esplorare la mia creatività, facendo opere che sono rimaste in un cerchio molto ristretto di persone. Poi mi sono concentrato sullo studio e sul lavoro ma comunque la creatività è sempre stata presente. L’anno scorso ho iniziato a collezionare le scatole e a capire come funzionavano i meme su instagram, poi ho iniziato a produrre tutti i giorni». 

Vorresti prendere la tua strada o ti piace anche il tuo lavoro attuale?

Pietro Terzini: «Assolutamente, il lavoro che faccio mi piace un sacco. Questa mia attività parallela sta crescendo, sì, ma non posso sapere come sarà il futuro. Vivo giorno per giorno cercando di fare il maggior numero di cose possibile nelle 24 ore a disposizione».

Dove vorresti vivere? 

Pietro Terzini: «Milano mi piace tanto, sono stato in vari posti nel mondo, Cina, Nord Europa ecc… Ma Milano rimane una delle mie città preferite perché è a misura d’uomo. Potresti potenzialmente andare a piedi ovunque. Milano offre qualcosa a tutti quanti: se sei un po’ creativo è il posto creativo, se sei più impostato è il posto più impostato… Chiaramente, negli ultimi due anni la vita si è rallentata, però la natura di Milano è aperta, è una città stato con le sue logiche, le sue regole e i suoi costi.

Mi è piaciuto molto vivere a Istanbul. É una città folle. Il 2013 era un periodo in cui c’era molto fermento culturale, un mix di culture provenienti da ogni dove e persone aperte ad accogliere gli stranieri. Ogni volta che avevo qualcosa da dire venivo ascoltato. È una città giovane che non dorme mai, c’era gente in giro a ogni ora del giorno e della notte. Mi piaceva il ritmo della città».

Lavori sempre in giro o hai un ufficio?

Pietro Terzini: «Per quanto riguarda la produzione artistica, lavoro tanto nel mio laboratorio, però quando sono in giro penso molto. Camminare mi apre la mente (anche se è una frase fatta), cambiare città o anche semplicemente fare una passeggiata mi permette di staccare, ossigenare il cervello. Le idee migliori mi vengono quando sono in giro a camminare o quando incontro sconosciuti al bar».

7 min read

Next

Questo sito utilizza cookies al fine di personalizzare la tua navigazione, raccogliere le tue preferenze e mostrare annunci personalizzati. Cliccando sul tasto “Ok” e proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookies come specificato nell’ informativa privacy

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi